vivere il corpo
FORMA E FUNZIONE NELLA STRUTTURA CORPOREA
di Monica Canducci
“La vita crea forme. Tali forme sono parti di un processo di organizzazione che incorpora emozioni, pensieri e sentimenti in una struttura. Questa struttura, a sua volta, ordina gli eventi dell’esistenza... In questo processo, le forme sono impresse dalle sfide e dagli stress dell’esistenza. La forma umana è marchiata dall’amore e dal disappunto…” (Keleman S., Emotional Anatomy, 1985)
Il vissuto soggettivo plasma la forma e la funzionalità del corpo. Come l’esperienza soggettiva (ovvero il nostro modo di vedere, vivere e valutare il mondo) può formare il nostro corpo, così può deformarlo.
Possiamo dire che la “forma ideale” è un corpo senza restrizioni(1), in armonia in se stesso e con l’ambiente circostante, in primo luogo con la forza di gravità, una tra le sollecitazioni maggiori a cui la nostra struttura è costantemente sottoposta.
Noi e la verticalità
La stazione eretta, una tra le cose che ci distingue in quanto esseri umani, ci impegna incessantemente in un lavoro costante volto a mantenere la verticalità, per non parlare poi dell’equilibrio: basta pensare al rapporto tra la voluminosità verticale del nostro corpo e l’esigua superficie della pianta di nostri piedi (peraltro soltanto due!) per intuire che il mantenimento di tale verticalità, tanto nella stasi quanto nel moto, è un bell’impegno, oltretutto quasi costantemente delegato ai nostri processi automatici.
La conquista della verticalità non è solo un evento meccanico che vede l’uomo sfidare la forza di gravità. È anche un evento carico di significati emozionali, perché rappresenta l’avvenuta conquista della padronanza del campo gravitazionale, e quindi una sorta di “attestato di superiorità”. Guardiamo un qualunque bambino: dapprima impara a strisciare, poi a gattonare, e finalmente la sua struttura si organizza per potergli permettere di stare in piedi e camminare. Per ogni bambino la verticalità e la sua conquista hanno un sapore di trionfo, anche se ignora le leggi della fisica.
Ma la verticalità, che ci permette senz’altro di “spingerci verso mete più elevate”, di essere “più vicini al cielo”, di “vedere le cose dall’alto” (e vedremo di quanti significati sono cariche le metafore!), ha i suoi svantaggi. Tali svantaggi non sono solo meccanici, relativi ad una più impegnativa gestione del peso e dell’equilibrio, ma investono e riguardano ancora una volta la nostra sfera emozionale e psicologica, in quanto la stazione eretta fa sì che l’individuo mostri le sue parti vulnerabili. La Natura ci ha dotati di uno scheletro osseo che non è solo l’impalcatura di sostegno, ma anche una sorta di “armatura naturale”, un “guscio osseo” più o meno compatto che protegge gli organi vitali più delicati: così il cranio protegge il cervello, il torace custodisce cuore e polmoni… ma le “parti molli” e non meno vitali del nostro corpo come l’addome, la gola, il ventre, custodi di organi non meno indispensabili alla vita, vengono esposte a possibili aggressioni, siano esse di natura fisica o emozionale. La verticalità mette l’uomo in condizione di esporre la sua parte vulnerabile poiché essa non è, come nell’animale, rivolta verso la terra, bensì si trova di fronte all’interlocutore, al mondo. Ed è proprio per questo che la nostra verticalità, ovvero il modo peculiare e personale che ciascuno di noi ha di assumere la postura eretta e mantenerla, sarà condizionata dal nostro modo di sentire il mondo. Assumere la stazione eretta è molto più che “stare in piedi”, sostenere la pressione o il peso del corpo stesso. È un evento sociale dove mettiamo in gioco come minimo la nostra fiducia, sfiducia o timore nei confronti degli altri e della vita, dove si decide il grado di intimità e distanza a cui possiamo spingerci in qualsiasi esperienza. Il nostro modo di stare in piedi, la nostra postura eretta e non solo, in poche parole la nostra “forma”, è intrisa della nostra storia personale.
Forma/funzione, deformazione/disfunzione?
Possiamo affermare che forma e funzione sono tanto interconnesse quanto le due facce di una stessa medaglia. In presenza di una tazza e di un coltello, nessuno si sognerebbe di bere cercando di portare acqua alla bocca con coltello, né tanto meno di tagliare il cibo con la tazza. Anche nel nostro corpo, tanto negli organi interni quanto nella struttura più evidente all’esterno, le forme sono profondamente connesse alle funzioni: ogni cambiamento di forma modifica la funzione e, viceversa, l’uso prolungato in una funzione modifica la forma. L’esempio più evidente l’abbiamo prendendo in esame lo sviluppo della muscolatura, che appare incrementato in certe parti del corpo di chi svolge determinati sport o altre attività. Di fatto, l’alterazione della forma/funzione naturale di una parte del corpo non riguarda solo quella parte, ma si ripercuote sull’intero organismo. Così nel constatare, ad esempio, possibili asimmetrie tra le parti destra e sinistra in chi gioca a tennis o suona strumenti come il flauto traverso o il violino, possiamo spesso riconoscere che tali asimmetrie, a lungo andare, giungano a provocare qualche fastidio, dal semplice dolore muscolare locale a infiammazioni o irritazioni in grado di influenzare organi in apparenza “lontani”. Infatti l’organizzazione della struttura è in parte responsabile anche della funzionalità degli organi interni. Ogni de-formazione, anche periferica, può modificare l’equilibrio dell’intero sistema fino a comprometterlo, generando una dis-funzione. Viceversa, la disfunzione di un organo o di un apparato può manifestarsi nell’organizzazione della struttura. Ricordiamo che tutto questo può accadere non solo per mere ragioni biomeccaniche, ma anche per motivi che coinvolgono la nostra sfera più profonda, quella del sentire.
Ancor prima di nascere, dal concepimento in avanti, siamo bersaglio di esperienze meccaniche ed emotive (quindi chimiche, visto che ogni emozione corrisponde ad una modificazione dello stato chimico del nostro corpo) che contribuiscono a questo continuo processo di formazione/deformazione della nostra struttura. Già nell’utero materno riceviamo forti “impressioni dal mondo” attraverso lo scambio profondo e liquido costantemente in atto con la madre, impressioni che, diventando via via più definite durante e dopo la nascita (a questo proposito vi è una vasta letteratura che prende in esame l’esperienza in sé della nascita come “esperienza-guida” in grado di condizionare e dare forma a tutta la nostra vita, soprattutto se non elaborata coscientemente), letteralmente segnano la nostra struttura.
Procedendo in questo nostro percorso, vedremo come una sollecitazione anomala, dovuta ad esempio a tensione fisica o emotiva, mantenuta per lungo tempo possa ripercuotersi sulla struttura dell’osso, fino a deformarlo. Ogni giorno possiamo osservare, nelle persone intorno a noi o addirittura in noi stessi, i segni tangibili di emozioni “dense” vissute, ad esempio la paura. Proviamo a ricordare, facendo ricorso magari al ricordo di un episodio vissuto intensamente da bambini, come il nostro corpo si atteggia quando proviamo paura, paura di essere magari scoperti, sgridati, maltrattati. Sentiremo immediatamente il torace sollevarsi, il diaframma bloccarsi in inspirazione come se volessimo trattenere il respiro per non farci sentire, ci sentiremo “ritirare” come se potessimo sparire per non essere visti, il collo si ritroverà incassato tra le spalle sollevate, il bacino bloccato dalle gambe contratte… Ogni emozione “forte”, come ogni stato d’animo, è in grado di modificare l’atteggiamento corporeo e la postura. Se protratta nel tempo, tale postura diviene parte dei nostri automatismi e sarà pertanto la “forma” con la quale ci presentiamo al mondo e ci identifichiamo, identificandoci in primis con quello stato, quel sentire che l’ha prodotta. A quel punto, anche se le circostanze esterne che ci hanno condotti a quella forma sono cambiate, noi saremo condizionati a riprodurla ogni giorno attraverso la de-formazione della nostra struttura… e ci sentiremo “così” come quella forma ormai impone, riprodurremo cioè inconsciamente il medesimo sentire, un sentire deformato. Come può avvenire tutto questo? E, soprattutto, come possiamo andare oltre i condizionamenti impressi in una forma che rischia di diventare un limite non solo al movimento, ma addirittura a quel sentire che invece dovrebbe potersi rinnovare ogni giorno permettendoci di vivere un presente che si rinnova?
L’organo della forma
Nel nostro corpo, la principale responsabile del mantenimento e della modificazione della forma è la cosiddetta fascia, un tessuto denso e irregolare che circonda e connette (di fatto si tratta di tessuto connettivo) ogni organo, ogni fibra muscolare, ogni singolo elemento. Essa costituisce il vero e proprio elemento di continuità attraverso l’intero organismo, è un autentico labirinto che ci permette di passare da un punto a qualsiasi altro del corpo senza mai abbandonare la fascia stessa. Inoltre riveste un ruolo primario nel mantenimento della postura e nell’organizzazione del movimento, tanto da essere definita l’organo della forma (Varela, Frenk 1987).
La fascia, derivante embriologicamente dal mesoderma, pur differenziandosi in vari tipi di tessuto connettivo, mantiene alcune caratteristiche di fondo. Essa è costituita da una sostanza fondamentale formata da diversi costituenti tra i quali spiccano le fibre collagene e l’elastina: le prime sono flessibili, resistenti ma dotate di scarsa estensibilità, mentre quelle elastiche si possono allungare e possono variare il loro spessore a seconda della tensione a cui vengono sottoposte. La consistenza della fascia può variare da densa e fibrosa a lassa, reticolare ecc., e il tessuto può essere più o meno organizzato: i tessuti fibrosi, organizzati e densi sono per lo più le aponeurosi, i tendini e i legamenti, tessuti relativamente poco elastici che possono resistere a un elevato grado di tensione e stiramento unidirezionale, rimanendo flessibili (si lacerano facilmente invece se lo stiramento avviene ad angolo retto rispetto all’orientamento delle fibre, organizzate in fasci paralleli disposti nella direzione del lavoro a cui sono sottoposte); i tessuti disorganizzati costituiscono invece la maggior parte delle membrane fasciali, del derma cutaneo, delle capsule degli organi e del periostio, e sono capaci di tollerare stiramenti e forti tensioni in ogni direzione. La fascia si presenta quindi differenziata e più o meno stratificata, ma è pur sempre un tessuto unico che connette, avvolge, protegge, trasmette e distribuisce tensione meccanica, oltre che nutrimento. Infatti non contiene solo le cellule adibite alla produzione di collagene e le fibre elastiche, ma numerosi altri tipi di cellule molto attive che hanno un ruolo fondamentale sia a livello metabolico per quanto concerne il nutrimento e lo smaltimento delle scorie, sia a livello immunitario per la difesa del nostro organismo. Dette cellule provengono dai capillari linfatici e sanguigni, e si trovano nel ricco liquido interstiziale di cui la fascia è imbibita, diventando così il terreno che presiede agli scambi osmotici. A seconda del lavoro che dovrà svolgere, la fascia quindi assumerà le caratteristiche più adeguate: più le sollecitazioni meccaniche aumenteranno, più diverrà densa e collagenosa, più le quantità di linfa interstiziale si ridurranno e l’attività cellulare rallenterà. Non avremo più mucose o tessuti di legamento ma di sostegno, avvolgimento e trasmissione che prenderanno nomi diversi secondo la disposizione e l’importanza delle loro fibre. Questa capacità della fascia di modificare la propria struttura in base alla funzione non è solamente relativa alla differenziazione per così dire “naturale” che ritroviamo nel nostro corpo, ma è anche una caratteristica costante del tessuto connettivo. La sua costituzione e struttura intrinseca infatti viene modificata continuamente dalle sollecitazioni che riceve, non solo a livello meccanico.
Modificazioni meccaniche
Quando all’interno del corpo aumentano le costrizioni di tensione, le cellule preposte secernono collagene per far fronte alla tensione generatasi. Ciò avviene in modo naturale in condizioni di tensione continua dovuta alla crescita: le ossa si allungano mettendo in tensione continua il connettivo periferico, ovvero aponeurosi, setti intermuscolari, tendini, legamenti, e questo è un fenomeno fisiologico del tutto naturale, appunto.
Il medesimo fenomeno può tuttavia verificarsi in condizioni meno naturali, come in presenza di trazioni successive ripetute, ad esempio nelle ipersollecitazioni meccaniche della muscolatura. In questo caso il tessuto si densifica in quanto nuovi fasci di collagene vengono prodotti per alleggerire il lavoro di quelli già esistenti e troppo sollecitati. Se in un tessuto aumentano le fibre collagene, esso perde la sua elasticità proporzionalmente a tale aumento. Nell’ipersollecitazione muscolare, ciò avviene a livello del tessuto connettivo intra e perimuscolare, ovvero internamente e intorno al muscolo (Bienfait 1990). Le costrizioni in generale inducono lo sviluppo della trama del collagene a spese della rete elastica, e in più tale densificazione riduce l’irrigazione del tessuto, limitando la circolazione dei fluidi e quindi il nutrimento, il drenaggio, la difesa della zona interessata (e non solo quella, vista la funzione connettiva della fascia) da parte del sistema immunitario. Anche nel trauma fisico avviene qualcosa di analogo: laddove siamo colpiti la fascia si organizza per contenere e/o riparare la lesione, in superficie o in profondità, creando addensamenti con conseguente possibile perdita di elasticità e vitalità dei tessuti circostanti. L’esempio più evidente lo forniscono cicatrici e aderenze, entrambe prodotte dalla necessità, da parte della fascia, di “ricucire” gli “strappi” del tessuto dovuti a interventi che ledono la continuità del tessuto stesso. Poiché il corpo è un unico insieme di parti tutte interconnesse appunto mediante la fascia, appare chiaro come ogni modificazione locale della medesima possa alterare l’intera struttura. Pensiamo ad un vestito che ci sta “a pennello”. Se il tessuto si strappa, a seconda dell’orientamento e delle dimensioni dello strappo è possibile rammendare o ricucire lasciando un segno più o meno visibile “in loco”. Ma se lo strappo è di una certa entità, la sua “riparazione” potrà dar luogo a pieghe che rovinano la linea dell’intero abito. La stessa cosa vale per la fascia: addensamenti provocati da ipersollecitazioni più o meno meccaniche(2) possono far sì che l’intera struttura corporea prenda “una brutta piega”, e non sarà certo un problema estetico, ma funzionale. La funzionalità dell’intero corpo è garantita dalla comunicazione tra i vari sistemi, e la fascia è senz’altro una via di comunicazione fondamentale, fungendo da connessione strutturale sia sul piano del supporto (come “scheletro” elasto-fibroso), sia sul piano della circolazione dei liquidi, sia, come vedremo, sul piano dell’integrazione degli stimoli propriocettivi nervosi.
Scheletro osseo e scheletro fibroso
Abbiamo definito la fascia scheletro elastofibroso: possiamo considerare la fascia come un apparato attivo che comprende e ingloba la muscolatura (miofascia, infatti, è il termine che designa l’insieme di muscoli e fascia), e “muove” lo scheletro osseo, apparato passivo, tramite le articolazioni. Le ossa infatti non sono in contatto diretto tra loro, ma connesse mediante giunture, le articolazioni appunto, veri e propri “spazi” lubrificati. L’insieme delle articolazioni permette il movimento e la trasmissione del peso attraverso modificazioni di pressione in tali spazi. Grazie a questa trasmissione da segmento a segmento, siamo in grado di sostenere carichi, gestire la pressione, controllare movimento e velocità. Inoltre, attraverso i nervi propriocettivi, il movimento delle ossa mediante le articolazioni(3) partecipa alla costruzione della nostra immagine corporea. Lo scheletro osseo è vivo, riccamente innervato e quindi soggetto a sensazioni di dolore. Viceversa, dalle nostre ossa e dal loro corretto allineamento ci deriva senso di forza e di resistenza, di sicurezza, stabilità e coesione interna.
Nonostante il ruolo di sostegno che rivestono, le ossa, di forma e spessore differente a seconda della funzione (movimento, carico, protezione), non sono rigide ma plastiche, malleabili e pertanto deformabili. Non possiamo semplificare infatti l’interazione tra ossa, articolazioni e muscoli dicendo che “le ossa sono le leve, le articolazioni i punti d’appoggio, i muscoli la potenza”, come se il nostro corpo fosse paragonabile a un meccanismo poiché, in realtà, in ciascuna fase del movimento la potenza e la resistenza sono variabili. Inoltre, la differente lunghezza delle fibre in un muscolo fa sì che esse si contraggano in tempi diversi, e i punti di applicazione delle forze, ovvero le inserzioni muscolari, sono spesso molto estese e possono modificarsi nel corso degli anni. Tuberosità, spine, creste ossee, ecc. non sono altro che i punti in cui è fissata l’inserzione fibrosa di un muscolo. La nostra impalcatura è tanto sensibile alla tensione che muscoli, tendini e via dicendo esercitano su essa, da poter essere “plasmata” in tempi lunghi ad opera della fascia. A maggior ragione nel bambino il tessuto fibroso può vincere la resistenza dell’osso in crescita, e quindi deformarlo.(4) Le caratteristiche dello scheletro osseo, a cui richiediamo di sostenere pressione, peso e tensioni enormi, sono quindi determinate dalle tensioni cui le ossa stesse sono sottoposte da parte dello scheletro fibroso che, come abbiamo già detto, comprende e ingloba la muscolatura, nel vero e proprio senso di “prendere dentro” (Myers, T. M., 2006).
I muscoli e il tono muscolare
Lasciamo da parte, per ora, la muscolatura cosiddetta liscia, quella che costituisce le pareti degli organi interni (tranne il cuore, anch’esso muscolo striato) ed è sotto la giurisdizione del sistema nervoso autonomo, ovvero non richiede la nostra consapevolezza e volontà conscia per lavorare. Concentriamoci sui muscoli striati, quelli che “rivestono” esteriormente il nostro scheletro osseo e sono parte integrante di quello fibroso, costituendone il “motore”. Di essi, una parte più superficiale (cioè più verso la superficie del corpo stesso) ha un ruolo fondamentale nella dinamica. Questi muscoli dinamici (nel senso che sono costituiti in prevalenza da fibre dinamiche), o fasici, generalmente hanno superficie ampia, sono poco fibrosi e molto elastici e intervengono solo quando sia necessario compiere determinati movimenti, solitamente volontari, soprattutto con gli arti (correre, saltare, sollevare qualcosa, ecc.); terminato il movimento essi possono decontrarsi e rilassarsi. Ma la maggior parte della nostra muscolatura è costituita da muscoli della statica implicati nel mantenimento della verticalità, muscoli molto fibrosi e quindi resistenti che possiedono un forte tono. “Ciò significa uno stato di contrazione permanente di alcune fibre, comparabile al rallentamento di una macchina: attività minima del motore quando nessuna accelerazione è richiesta. Tenere la stazione eretta è talmente essenziale che questi muscoli statici rappresentano i 2/3 di tutta la nostra muscolatura e non cessano mai la loro attività, anche a riposo. Siamo in presenza di uno straordinario sistema di autoregolazione che ci garantisce la stabilità (Souchard, 1995 p. 18)”. Contrariamente rispetto ai dinamici, che possono rilassarsi completamente una volta terminato il loro compito, i muscoli della statica, o tonici (a prevalenza di fibre cosiddette toniche, appunto), non riposano mai. Il nostro corpo, infatti, anche nell’apparente immobilità ha continui impercettibili aggiustamenti dell’equilibrio, come piccole oscillazioni, quindi i muscoli della statica non riposano mai, sia che lavorino in contrazione sia a basso regime. Questo lavorio costante da parte dei muscoli statici, per quanto sia fondamentale, è alla base delle deformazioni/disfunzioni di cui sopra accennato. Sappiamo infatti che un muscolo ipersollecitato tende all’ipertonicità, alla rigidità e al raccorciamento, in quanto aumenta in esso la componente fibrosa a scapito dell’elasticità. Ovviamente, non riposando mai ed essendo anch’essi sotto il dominio di quei circuiti nervosi che non richiedono l’impegno della nostra volontà cosciente, i muscoli statici vanno molto facilmente incontro a problemi di irrigidimento e retrazione. In tal caso, nel tentativo di raddrizzarci essi comprimeranno le articolazioni sottostanti(5) riducendo lo spazio di movimento delle ossa. Inoltre nessun muscolo è isolato, bensì è organizzato con i muscoli adiacenti nella formazione di vere e proprie catene muscolari, o meglio catene miofasciali (da mys-myos = muscolo, e fascia relativa, come abbiamo già detto), visto e considerato che i muscoli stessi sono inglobati nella fascia: è grazie alla correlazione tra le varie maglie della catena che la muscolatura ci consente l’esecuzione di compiti complessi come la stazione eretta. Poiché un muscolo irrigidito è indissociabile dalla catena alla quale appartiene, è facile intuire come un semplice eccesso di tono in alcuni muscoli esponga l’intera nostra struttura agli inconvenienti di una usura maggiore del necessario, inconvenienti che nascono innanzitutto da una esagerata tensione e compressione che determina un maggiore attrito, una insufficiente irrorazione e quindi uno scambio insufficiente di informazioni tra i vari sistemi del corpo. Ipertonicità, rigidità e raccorciamento miofasciale sono i primi responsabili dell’alterazione della morfologia naturale del nostro corpo, e di conseguenza dell’alterazione di quelle funzioni che ci garantiscono la vita.
Muscoli agonisti e antagonisti
Possiamo inizialmente concordare con la definizione di “muscoli agonisti” intendendo quei muscoli che concorrono ad una medesima funzione, come ad esempio flettere l’avambraccio, azione nella quale concorrono in qualche misura(6) il brachiale, il brachioradiale e il bicipite brachiale. In realtà il movimento è risultante da una complessa sinergia muscolare, per cui appare estremamente riduttivo definire “muscoli antagonisti” quelli che apparentemente si trovano in opposizione al movimento.(7) Infatti il cosiddetto antagonista non si oppone, piuttosto dà luogo alla regolazione del movimento. “Un gruppo realizza il movimento, il gruppo antagonista lo controlla: o per limitarne la violenza, o per limitarne l’ampiezza, oppure per dargli una grande precisione… A dire il vero, pensiamo come P. E. Souchard: non ci sono muscoli antagonisti, ci sono solo muscoli complementari. Quanto detto sull’antagonismo muscolare si applica pienamente ai muscoli dinamici.(8) Non si può dire invece la stessa cosa per i muscoli statici, che lottano contro lo squilibrio. Sono già antagonisti della gravità; non hanno un diretto antagonista, ma muscoli correttori della loro azione (Bienfait 1990, p. 40)”. Questo ci porta a due nozioni molto importanti: quella dei muscoli sinergici, in quanto nella fisiologia muscolare non esiste azione muscolare isolata ma solo sinergie, e quella dei muscoli fasici e tonici.
Muscoli fasici, muscoli tonici
La fisiologia muscolare utilizza due tipi di unità motorie completamente differenti.(9) Le unità motorie fasiche, o dinamiche, sono costituite da fibre lunghe e innervate da assoni a conduzione rapida. Le unità motorie toniche sono invece formate da fibre corte sui muscoli corti, da fibre disposte in modo penniforme sui muscoli lunghi, e sono innervate da assoni a conduzione lenta.(10) Già Ranvier aveva distinto le fibre fasiche pallide o rosa da quelle toniche scure o rosse. In seguito i lavori di Burke hanno evidenziato, in realtà, tre tipi di fibre: quelle dette FF, Fast-Fatigable (anche FG, Fast-Glycolytic), fibre pallide a rapida contrazione e rapida velocità di conduzione assonica, le quali hanno uno sviluppato sistema glicolitico mentre contengono pochi mitocondri; quelle dette S, Slow (anche SO, Slow-Oxydative), fibre rosse a contrazione lenta e bassa velocità di conduzione assonica, le quali hanno sistema glicolitico(11) poco sviluppato ma contengono molti mitocondri, responsabili della respirazione cellulare (Raven, Johnson 1993). Le fibre fasiche si attivano per azioni che richiedono rapidità, ma non hanno lunga resistenza allo sforzo; le fibre toniche, al contrario, non “scattano” rapidamente ma resistono allo sforzo prolungato. Il terzo tipo di fibra muscolare, FR ovvero Fast-Resistant, è molto più raro ed è un tipo intermedio tra le due sopra citate: è rapido come le FF ma resistente alla fatica come le S.
A differenza di alcuni animali, come i conigli, in cui troviamo una netta differenza tra muscoli tonici e fasici, noi abbiamo muscoli “misti” in cui tuttavia prevale l’uno o l’altro tipo di fibra. Vi sono muscoli che possiamo classificare tonici, altri fasici, ed è la prevalenza di fibre toniche o fasiche in essi che distingue la loro funzione. In ogni modo i muscoli prevalentemente tonici si trovano più in profondità e vicini alle ossa (muscoli della statica) rispetto a quelli prevalentemente fasici che sono più in superficie e generalmente sono più ampi (muscoli dinamici). Come già accennato, i muscoli statici, a prevalenza di fibre toniche, hanno il compito di “drizzare” il nostro corpo verticalmente, un segmento sull’altro e, se per qualche motivo sono ipertonici, raccorciandosi sono in grado di portarci facilmente fuori asse, cosa che può arrivare a compromettere le funzioni interne. Lo stato della nostra “impalcatura” infatti condiziona il rendimento degli organi. “Nessuno spera di veder funzionare una radio ammaccata dopo una caduta. La struttura muscolo-scheletrica dell’uomo è fortunatamente meno rigida, può dunque adattarsi, ma è altrettanto vero che deformazioni importanti possono alterare circolazione, digestione, respirazione, ecc. Unico e indivisibile sul piano psicosomatico, l’uomo lo è anche sul piano delle forme e delle funzioni. Ritrovare l’armonia delle forme è dunque molto di più che un aspetto estetico; il rimodellamento della struttura centrale, più di ogni altra, condiziona la nostra vita…” (Souchard, 1995 pp. 49 – 50)
La cosa più importante è che i muscoli tonici, più profondi, sono così coinvolti dai processi e dai riflessi autonomi da risultare impossibili da controllare completamente (gli aspetti delle loro funzioni come il controllo dell’equilibrio e della postura sono necessariamente automatici…per fortuna!) e, oltretutto, sono pienamente coinvolti nei processi di reazione alle emozioni (processi soggettivi, in quanto dipendono oltretutto dal valore che diamo a quella particolare esperienza emotiva, dalla valutazione che ne facciamo). Impegnarsi a gestire coscientemente i nostri processi automatici (almeno per quanto può essere possibile), muscolari e emozionali, richiede innanzitutto un elevato grado di consapevolezza e presenza, oltre che costanza nell’esercitarle! Allo stesso tempo, non si può essere coscienti di qualcosa, e tanto meno impegnarsi nel gestirla, senza prima averla sentita e percepita… e, di fatto, se vogliamo modificare qualcosa nei processi automatici alla base della funzione tonica, possiamo farlo solo intervenendo sulla nostra capacità di percepire.
Quindi riportiamo la nostra attenzione alla domanda: come possiamo intervenire sul tono delle fibre muscolari toniche, territorio dominato dalle attività non consce e, quindi, sui muscoli profondi della statica prevalentemente composti da esse?
I muscoli dinamici intervengono al bisogno, quindi se non allenati perdono tono. I muscoli statici sono quelli che, lavorando sempre e comunque, mantengono un tono stabile. Il tono muscolare appare essere quindi correlato anche a quello che potremmo definire “tono emozionale” di una persona. Ad esempio, una persona “sempre in tensione” dal punto di vista emotivo lo sarà facilmente anche dal punto di vista muscolare. Torniamo al concetto di deformazione, espresso più volte, con un esempio: il bambino che si sente poco supportato dalla famiglia potrebbe sviluppare rapidamente, più di altri bambini, un’ipertonicità della muscolatura statica per “reggersi” da sé, prematuramente rispetto all’età (Keleman, 1985). Questa ipertonicità potrebbe a sua volta generare precoci retrazioni delle catene muscolari conducendo rapidamente a squilibri dell’impalcatura ossea, ed evolvere rapidamente, ad esempio, in una scoliosi.
Possiamo acquistare tono nei muscoli dinamici piuttosto rapidamente e altrettanto rapidamente possiamo perderlo, mentre il tono della muscolatura statica, una volta consolidato (nel senso vero e proprio, perché il muscolo statico è più fibroso e quindi “solido” del dinamico), si mantiene da sé, e per variare necessita di un intervento mirato al cambiamento.(12)
A questo punto introduciamo un altro concetto, relativo ai livelli muscolari profondi e superficiali, ovvero il concetto di muscolatura intrinseca ed estrinseca: secondo Ida Rolf, ideatrice del Rolfing®, un metodo di trattamento manuale della fascia che mira all’allineamento della struttura fisica in relazione alla forza di gravità, “ ‘intrinseco’ ed ‘estrinseco’ sono categorie funzionali. La regola più elementare è che il tessuto più vicino all’osso è intrinseco, il tessuto più vicino alla superficie è estrinseco. In termini di movimento gli intrinseci danno luogo al movimento, gli estrinseci lo fanno proseguire. (…) Un bellissimo esempio della capacità naturale degli intrinseci lo vediamo nelle ginocchia di Fred Astaire, le quali…quando danzano hanno una vita propria. (…) Vivere a livello degli estrinseci è caratteristico delle persone molto giovani e immature. Non so bene, ma può darsi che fino a quando si usano soprattutto gli estrinseci si è immaturi. Forse la maturità si manifesta nel momento in cui gli intrinseci entrano in gioco, e sia gli estrinseci che gli intrinseci raggiungono un equilibrio. Questa è la sensazione quando si lavora sui bambini…” (Rolf, 1996 pp. 84 e 125). Prendendo in prestito la definizione di Ida Rolf, possiamo definire quindi intrinseci i muscoli più profondi e centrali, ovvero sia quelli più vicini alle ossa anche nei segmenti, sia quelli situati in profondità nella parte centrale del corpo, ovvero nel tronco, come ad esempio il diaframma e l’ileopsoas. Muscoli estrinseci saranno quindi quelli situati maggiormente in superficie e in periferia. Possiamo dunque individuare una corrispondenza tra i muscoli della statica (a maggioranza di fibre toniche e prevalentemente governati dal sistema autonomo) e gli intrinseci, e tra i muscoli della dinamica (a maggioranza di fibre fasiche e utilizzati prevalentemente in maniera volontaria) e gli estrinseci. Tornando al “sentimento di sé”, potremmo forse ipotizzare che un contatto più profondo e presente con le funzioni della muscolatura intrinseca, vale a dire un uso più consapevole e percepito della medesima, sia peculiare delle persone definite “in profondo contatto con se stesse?”(13)
La mia ipotesi, supportata dall’esperienza personale, è che una buona muscolatura intrinseca – statica (con tono uniformemente distribuito lungo catene muscolari lunghe, elastiche e pertanto resistenti…davvero!) e una capacità di utilizzo maggiormente consapevole della medesima possa corrispondere a una personalità maggiormente stabile, a buone capacità di risposta allo stress, di recupero, di adattamento e di gestione delle reazioni emotive. Riporto la mia esperienza personale, avendo io sofferto ciclicamente, dall’adolescenza fino ai 28 anni circa, di squilibri ormonali, sindrome premestruale, instabilità umorale, disturbi del comportamento alimentare e DAP (disturbo da attacco di panico), ipersensibile, iperreattiva nonché “straripante” nella manifestazione delle emozioni (praticamente un caso da manuale…!): attraverso un intenso lavoro di “ristrutturazione” psicofisica, in parte supportato dall’esterno in parte autogestito, affrontato dapprima per esigenze professionali(14) e in seguito divenuto motivo di ricerca personale (tanto da costituire ora il mio stesso lavoro!), ho potuto constare un graduale miglioramento e una totale risoluzione delle mie problematiche psicofisiche nel corso di circa cinque anni.(15) Tale miglioramento è sfociato in un cambiamento profondo e nel raggiungimento di uno stato ottimale che ha coinvolto tutti i livelli e le aree di vita: mi sono trasformata in una persona indipendente, equilibrata e stabile, capace di gestire le mie emozioni, oltre che completamente cambiata nel fisico dal punto di vista sia della forma(16) sia della funzionalità, avendo riconquistato pienamente salute, equilibrio ormonale e psicofisico in generale. Sono trascorsi altri quindici anni da allora e tale cambiamento non solo è stato mantenuto nel tempo, ma è proseguito in un miglioramento progressivo e costante come se, una volta avviato il processo, questo potesse continuamente aggiornarsi da sé grazie al “semplice” esercizio della percezione, della consapevolezza, della presenza. Da questa esperienza potremmo ipotizzare che un cambiamento, per essere mantenuto, deve coinvolgere la persona a 360°, pertanto anche la struttura fisica ed in particolare la fascia(17) e lo strato profondo della muscolatura (muscoli intrinseci, statici, tonici); parallelamente, sempre a mio avviso, occorre rendersi attivamente padroni del significato di tale cambiamento strutturale su tutti i piani (e qui le metafore ci saranno d’aiuto, come vedremo negli articoli relativi…), disponibili quindi alla ristrutturazione del proprio stato mentale. Tornando all’argomento, possiamo dire che una maggiore capacità di percezione, e quindi di consapevolezza fisica del proprio “strato profondo”, potrebbe coincidere con una più profonda “sensazione” o “senso” di sé, in grado di suscitare maggiore stabilità, autonomia, autosufficienza, indipendenza su tutti i piani.(18) La mia ipotesi è che contattare il proprio “nucleo profondo” attraverso l’ascolto e mantenerne la consapevolezza, cercando di rimanere presenti a tale contatto mentre si vive la quotidianità, potrebbe significare vivere più pienamente e sentirsi più liberi nello scegliere e nell’agire; fermarsi alla superficie del nostro corpo potrebbe invece indurre a ritrovarsi maggiormente in balia degli stimoli esterni e delle proprie reazioni ed automatismi. Maggiore contatto con i muscoli intrinseci e maggiore consapevolezza della loro funzione si tradurrebbe quindi in maggiore capacità di gestire le reazioni tanto muscolarmente (senso dell’equilibrio, consapevolezza degli aggiustamenti posturali anche minimi) quanto emotivamente.
1) Vedi l’articolo “L'insulto al corpo ovvero stress, trauma, disfunzione”
2) Anche l’infiammazione rientra tra le varie cause di ipersollecitazione, essendo il tessuto connettivo “campo di battaglia” del sistema immunitario.
3) Più ancora dei macromovimenti sono importantissimi i micromovimenti articolari (Bienfait 1990)
4) Se sottoponiamo un osso ad uno stress costante, ad esempio un’eccessiva tensione da parte di tessuti adiacenti, esso può deformarsi anche se occorre tempo perché ciò accada (Myers, T. M., 2006).
5) I gruppi muscolari passano “a ponte” sopra le articolazioni: ogni muscolo, esageratamente accorciato, comprime dunque l’articolazione specifica sottostante in maniera anormala. (Souchard 1995)
6) In realtà non esistono due muscoli che eseguano identico lavoro, poiché le loro funzioni differiscono sempre, magari in misura minima, presentando ciascuno delle competenze specifiche.
7) Nell’esempio, il tricipite brachiale che presiede all’estensione dell’avambraccio, e si oppone apparentemente alla flessione.
8) E’ vero anche che l’irrigidimento dei muscoli tonici e quindi il loro raccorciamento può frenare la piena azione ed espressione di movimento dei dirimpettai dinamici: ad esempio, se gli ischiocrurali (muscoli posteriori della coscia, statici e flessori) sono troppo rigidi e causano una incompleta estensione del ginocchio, il quadricipite (muscolo anteriore della coscia, dinamico ed estensore), non potendo lavorare in modo ottimale, sarà portato ad affaticarsi (Souchard, 1995).
9) L’unità motoria è composta da un motoneurone situato nel corno anteriore del midollo, dal suo assone e dalle fibre muscolari innervate da tale assone. Più il numero delle fibre innervate è alto, maggiore è la forza che sviluppa (Bienfait 1990).
10) Più precisamente, le unità motorie fasiche, o dinamiche, sono costituite da fibre lunghe e innervate da assoni a conduzione rapida provenienti da motoneuroni alfa fasici. Il sistema intrafusale è in collegamento con motoneuroni gamma dinamici. Le unità motorie toniche sono invece formate da fibre corte sui muscoli corti, da fibre disposte in modo penniforme sui muscoli lunghi, e sono innervate da assoni a conduzione lenta provenienti da motoneuroni alfatonici più piccoli. Il loro sistema intrafusale è collegato a motoneuroni gamma statici (Bienfait 1990).
11) La glicolisi è uno dei sistemi per produrre energia nel nostro corpo (Raven, Johnson 1993).
12) A volte è la vita stessa che ci impone il cambiamento quando le nostre resistenze ci impediscono di affrontarlo altrimenti…
13) Vedi l’articolo “Omeostasi e senso di sé”
14) Il tutto è nato dalla preparazione per affrontare la scena teatrale.
15) Nel corso di quei cinque anni mi sono sottoposta al Rolfing, alle tecniche craniosacrali, miofasciali e osteopatiche, ho lavorato quotidianamente con esercizi di respirazione, consapevolezza corporea, arte del movimento, allungamento muscolare globale, finchè mi sono letteralmente innamorata di quel percorso che mi aveva ridato la vita, e da allora mi ci sono dedicata anima e, soprattutto, corpo…
16) Prima di affrontare questo tipo di percorso pesavo circa 60 kg, che per m. 1,50 di altezza sono troppi, e non ero riuscita a ridimensionare tale peso né con diete né con attività fisica. Durante e dopo il percorso di “ristrutturazione” il mio peso si è stabilizzato a 49 kg (con oscillazioni max di 3 kg), peso a cui sono ritornata anche dopo la gravidanza.
17) Vedi l’articolo “Vivere il corpo – parte II”
18) Tutto è uno, ma per convenzione e praticità manteniamo una distinzione tra i piani attraverso i quali ci percepiamo e manifestiamo, ovvero i piani fisico, emozionale, mentale conscio e inconscio, ai quali possiamo aggiungere il piano della coscienza e quello spirituale.