trans-form-azione
COMUNICARE CON L’INCONSCIO
di Monica Canducci
Le “parole magiche”
Facendo riferimento all’articolo “Il simbolismo del corpo: i Quattro Elementi”, e in particolare al significato dell’Elemento Aria, affrontiamo l’argomento che tratta la comunicazione verbale, in quanto il suono si propaga attraverso l’aria e in presenza di essa e che, di fatto, emettiamo suoni sfruttando l’emissione d’aria durante l’espirazione.
Come la Programmazione Neuro Linguistica(1) ci svela, la parola è un potentissimo strumento in quanto ci permette di evocare immagini, di crearle perfino, poiché associando e mettendo in relazione immagini conosciute possiamo comporre e inventare qualcosa di mai esperito precedentemente. Il linguaggio che adottiamo, inoltre, svela le modalità profonde attraverso le quali noi percepiamo noi stessi e il mondo. Ogni giorno usiamo frasi fatte, veri e propri cliché attraverso i quali inconsciamente parliamo di noi e delle nostre reazioni, descrivendo le nostre sensazioni con metafore spesso disfunzionali: “sono a pezzi”, “mi fa morire”, mi fa impazzire”, “mi si spezza il cuore”, “mi ha steso”, “mi rompo la schiena”, “vado via di testa” “mi tagliano le gambe”, “ho un nodo in gola”, “mi tratta come un cane”, “sono esploso”, “mi toglie il fiato”... Ricordiamo che la metafora, proprio per il suo potere di evocazione immediata, ovvero non mediata, non filtrata dalla nostra parte più razionale (l’emisfero cerebrale sinistro), comunica direttamente il suo significato alla nostra parte emotiva (l’emisfero cerebrale destro), che raccoglie e fa proprio quel significato senza opporvi alcuna critica. Come abbiamo già visto, tale parte emotiva rimane letteralmente “impressionata” (come una lastra fotografica, potremmo dire) dal significato concreto e letterale, che diverrà in tal modo un potente messaggio raccolto dal nostro inconscio. I contenuti del messaggio agiranno, quindi, su di noi, a prescindere dalla nostra consapevolezza razionale, e questa è l’ennesima arma a doppio taglio: da una parte potremo sfruttare tale condizione utilizzando strumenti come l’ipnosi e le tecniche immaginative, come vedremo tra poco, per ampliare la nostra gamma di opportunità d’esperienza, dall’altra saremo maggiormente esposti a condizionamenti che derivano dall’essere ricettivi ai messaggi subliminali, quei messaggi che ci raggiungono senza che ne siamo consapevoli e che “attecchiscono” nel momento in cui il nostro senso critico (emisfero sinistro) è abbassato. Ritornando alle frasi fatte, poiché queste metafore provengono dalla nostra parte inconscia e vengono usate per lo più automaticamente ed inconsciamente, il nostro inconscio le recepirà e le accoglierà ogni volta, e questo non farà altro che mantenere lo stato suggerito dalle metafore stesse. Se queste descrivono stati disfunzionali, inconsciamente con il nostro linguaggio non faremo che perpetrarle. Il processo è il medesimo attraverso il quale per poter negare una cosa prima la dobbiamo evocare: all’inconscio giungerà l’evocazione di tale cosa, non la sua negazione! Se dico di non pensare ad un gatto blu, per poterlo negare l’avrò comunque prima evocato, quindi avrò ben chiara la sua immagine… e come potrò poi non pensarlo? Sarebbe come camminare nella direzione verso la quale non si vuole andare… Quindi, se vogliamo aiutare noi stessi, evitiamo di evocare situazioni o immagini disfunzionali o sgradite, per evitare di allinearci inconsciamente con esse nel tentativo di sfuggire loro! Se vogliamo ottenere qualcosa, orientiamo il nostro pensiero, la nostra immaginazione, il nostro linguaggio, il nostro respiro verso ciò che desideriamo raggiungere, evitando accuratamente di fare il contrario. Così, se si tratta della nostra salute, pensiamoci “sani” evitando di dire o pensare “non sto male” o “non ho male…”, e se si tratta della nostra vita più in generale facciamo lo stesso, proiettandoci in ciò che desideriamo e non verso ciò che vogliamo evitare, sia con le parole che con l’immaginazione.
Il respiro e la trance
Sappiamo che cambiare stato mentale è possibile facendo, ad esempio, ricorso alle tecniche di ipnosi o immaginative per accedere allo stato cosiddetto di trance, quello stato contraddistinto da una maggiore apertura e da una minore critica, che incentiva l’utilizzo creativo delle nostre risorse interiori, prime tra tutte la capacità di recupero e di accettazione del cambiamento.
Qualunque sia l’intenzione che ci guida, ovvero ciò verso cui tendiamo e che vogliamo realizzare in noi stessi, la respirazione è un valido supporto al pensiero e alle immagini che utilizzeremo, in primo luogo perché costituisce un modo molto semplice per raggiungere lo stato di trance, ovvero come abbiamo detto quello stato in cui siamo più ricettivi e aperti e meno critici. Infatti le due fasi della respirazione corrispondono a grandi linee all’attivazione delle due branche del sistema nervoso: l’inspirazione implica una maggior attivazione del simpatico, l’espirazione quella del parasimpatico. Lo studio dell’attività cardiaca autonoma a livello della corteccia cerebrale svela che tale attività sembra caratterizzata da una divisione dei compiti tra i due emisferi: l’attività simpatica risulta prevalentemente controllata dall’emisfero destro, quella parasimpatica dall’emisfero sinistro (Wittling et al., 1998). Quindi la respirazione profonda è un incentivo alla sincronizzazione dei due emisferi cerebrali e può facilitare l’accesso alla trance. Sappiamo inoltre che per raggiungere lo stato di trance dobbiamo limitare il campo di coscienza focalizzando l’attenzione su qualcosa di specifico (cosa che si fa, ad esempio, già chiudendo gli occhi), e dare attenzione al proprio respiro è un modo efficace per focalizzare la propria attenzione. In secondo luogo il respiro costituisce un semplice, efficace e concreto ancoraggio per le immagini che intendiamo evocare e utilizzare, sia che esse siano rivolte all’interno del nostro corpo, sia che esse coinvolgano il mondo esterno. Ad esempio, immaginare di respirare attraverso un punto del corpo, un’articolazione, un organo, una zona dolente, ci aiuta a percepire quel punto e a indurre in esso dei cambiamenti nella direzione desiderata utilizzando un’immagine appropriata secondo la necessità: potremo di volta in volta immaginare il respiro come una corrente d’aria o d’acqua che ripulisce, espande o ammorbidisce uno spazio, come gas colorato che scaccia un colore sgradito espellendolo fuori dal corpo, eccetera. Il respiro, o meglio l’atto di respirare coordinato all’immagine ci permetterà quindi di attivare le risorse naturali in maniera semplice e immediata. Oltretutto, portare attenzione a una specifica parte del corpo facilita in essa gli scambi di sostanze e informazioni, quindi la comunicazione, rendendoci più consapevoli e più presenti in quella parte, e possiamo semplicemente pensare di “respirarci dentro” per far sì che ciò avvenga. Inoltre, poiché nella dinamica della respirazione continuamente portiamo il mondo in noi inspirando ed entriamo noi nel mondo espirando, il respiro ci fornirà un utile supporto ogni volta che vogliamo essere più incisivi (potremo immaginare di “riempire” lo spazio nel quale ci troviamo, ad esempio con un colore, un suono o una sensazione veicolati dal nostro respiro, se avremo bisogno di rafforzare il nostro senso di presenza in un luogo o di fronte a qualcuno), così come ogni volta che desideriamo essere più accoglienti potremo immaginare di inspirare e integrare in noi un colore, un suono o una sensazione che viene dall’ambiente nel quale ci troviamo, o da una persona in particolare. Personalmente mi ritrovo spesso a inspirare profondamente di fronte a qualunque spettacolo la natura mi offra, così come di fronte a qualunque opera d’arte (non necessariamente figurativa: si può inspirare la musica, la danza…) per integrarne la forza, la dolcezza o la bellezza di volta in volta. Una strategia che, invece, adotto “in emergenza” è di respirare profondamente in presenza di eventi (situazioni, persone, ambienti) che percepisco sgradevoli, immaginando di “poter cambiare atmosfera” trasformando “l’aria” dentro di me per restituirla all’ambiente più leggera…come se dentro di me potessi trasformare il piombo in oro! Quest’ultima strategia è efficace anche perché mi permette di evitare il blocco del diaframma e l’alterarsi della respirazione, reazioni come abbiamo visto solitamente automatiche ma non sempre, a lungo andare, funzionali.
Trans – formare con la trance
Se assumiamo come dato di fatto che, come diceva Milton Erickson, “l’ipnosi non esiste… tutto è ipnosi”, converremo che ogni volta che facciamo riferimento a una metafora, ogni volta che raccontiamo una storia, che evochiamo un’immagine, ogni volta che coinvolgiamo qualcuno raccontando qualche cosa che ci è accaduta e, magari, in quel momento la riviviamo e la facciamo vivere e sentire all’altro attraverso le nostre parole ed emozioni, ogni volta che andiamo al cinema, guardiamo un film e ci facciamo toccare da quello che accade sullo schermo, e ridiamo e piangiamo pur sapendo che è un film, ogni volta che succede qualcosa di questo genere, come quando ci facciamo prendere dalla lettura nella quale siamo immersi… questo è ipnosi. La nostra attenzione viene assorbita e convogliata verso un punto o un evento ed è estremamente facile abbassare le difese costituite dal senso critico per lasciarsi trasportare in una dimensione differente, sperimentando uno stato mentale alternativo al consueto. Tale esperienza, allargando i nostri orizzonti anche solo per un attimo, portandoci oltre i confini e gli spazi consueti coi quali ci identifichiamo, potrà costituire una traccia più o meno profonda per realizzare in noi stessi e, di riflesso, nella nostra vita, un cambiamento stabile. Poiché, come abbiamo visto(2), l’Elemento Terra ovvero il corpo, con le sue strutture e i suoi automatismi, è ciò che in noi più resiste al cambiamento, il processo di trasformazione sarà più efficace se vedrà il corpo protagonista. Coinvolgere l’aspetto fisico del nostro essere e da lì indurre il cambiamento applicando simultaneamente il linguaggio dell’Elemento Aria, ovvero rivolgendoci consapevolmente con pensieri-immagini opportuni alla nostra parte inconscia, simboleggiata dall’Acqua, significa attingere pienamente alle nostre potenzialità e contemporaneamente trattare in maniera creativa con le nostre resistenze, trasformando anche queste in elementi più funzionali. La trasformazione, dunque, sarà intesa come il passaggio da uno stato mentale e corporeo a un altro, da una “forma” all’altra attraverso questa sorta di trance, ovvero aumentando la nostra gamma di opportunità su tutti i piani in modo che il “fare come se” facilmente divenga “così è”. È proprio attraverso l’ampliarsi delle possibilità percettive e quindi coordinative della nostra struttura globale, a partire dal suo aspetto fisico e quindi da quella “forma” che maggiormente tende a mantenersi nel tempo, che noi allarghiamo il nostro campo d’azione e quindi di esperienza. Il nostro scopo principale, la nostra intenzione di base sarà quindi quella di renderci più sani, elastici, semplici, duttili, aperti, disponibili e creativi su tutti i piani: in una parola, liberi.
Per gli operatori e i terapisti: essere in trance per mandare in trance
Possiamo affidarci a vere e proprie procedure, anche molto dettagliate, per portare una persona in quello stato più o meno profondo che è la trance, ma di fatto ciò che maggiormente ci facilita è l’instaurarsi di una buona comunicazione-relazione. Se raccontiamo qualcosa ad un interlocutore restando freddi e distaccati mentre raccontiamo, e l’interlocutore recepisce in modo freddo e distaccato, rimanendo quindi freddo e distaccato a sua volta, non c’è trance, non c’è ipnosi in quanto tutto resta com’è, ciascuno restando com’è. Se, al contrario, c’è un coinvolgimento emotivo, allora è probabile che qualcosa accada. In questo senso le parole hanno un peso, e non solo quelle: infatti possiamo dire certe cose “a parole” e comunicarne tutt’altre col nostro atteggiamento. Possiamo dire cose usando argomenti convincenti ma, se non saremo noi convinti, probabilmente i nostri argomenti non convinceranno, perché saremo incapaci di coinvolgere. È anche possibile che diciamo cose molto convincenti nelle quali crediamo profondamente, ma che il livello di critica negli interlocutori sia talmente alto, perché sono “su un’altra lunghezza d’onda”, che quello che noi diciamo non li tocchi. Per realizzare uno stato di ipnosi, quindi una trance, è necessario un certo equilibrio tra le funzioni dei due emisferi cerebrali che hanno comunque competenze differenti, oltre al fatto di governare ciascuno la parte opposta del corpo.(3) Se l’emisfero sinistro, quello che ha competenze analitiche e critiche, è dominante rispetto al destro, più ricettivo alle metafore e alle immagini, quindi alle suggestioni, dobbiamo innanzitutto cercare di ripristinare tra i due quell’equilibrio che ci consenta di abbassare la critica ed accogliere un’esperienza nuova, e dovremo essere noi i primi a farlo, soprattutto se vogliamo indurre lo stato di trance in un’altra persona. Non possiamo portare una persona in qualche luogo se non accompagnandola là dove andiamo noi. In primo luogo, quindi, dovremo essere noi sufficientemente bilanciati, ovvero essere noi predisposti alla trance, ed entrare in trance con la persona che vi vogliamo indurre. In secondo luogo, espandendo il concetto sopra esposto, dovremo essere coerenti, o congruenti, se vorremo ottenere un risultato, ed essere congruenti implica che le nostre parole esprimano consapevolmente ciò di cui il nostro atteggiamento, quindi il nostro corpo, consapevolmente o meno, parla. Non possiamo barare, o almeno non possiamo farlo più di tanto: se siamo in disfunzione non saremo coerenti, per cui non potremo essere completamente efficaci.
La relazione terapeutica: comunicare oltre le parole
Il corpo, come abbiamo visto, parla. Non ci occuperemo in questa sede del linguaggio non verbale in maniera specifica, ovvero di quei gesti più o meno inconsci che accompagnano, sottolineano e, a volte, smentiscono le nostre parole: sottolineeremo soltanto l’importanza della congruenza dei linguaggi, coerenza cioè tra ciò che esprimiamo con le parole e ciò che il nostro corpo, con i suoi atteggiamenti, le sue forme e la sua funzionalità, manifesta. Le parole, come abbiamo visto precedentemente, possono svelare quello che più profondamente e a volte inconsciamente proviamo. A maggior ragione il corpo manifesterà in modo evidente il nostro modo di sentirci e di sentire il mondo in generale e, attraverso le sue caratteristiche forme ed eventuali disfunzioni, metterà in luce le nostre restrizioni, i nostri conflitti, le nostre lacune. Attraverso il corpo l’inconscio parla, svelando le nostre intenzioni inconsce. Se queste sono in conflitto con le nostre intenzioni consapevoli, possono operare come resistenze nascoste attraverso gli automatismi da noi appresi, specialmente se non ne siamo consci. Teniamo presente che, nelle relazioni interpersonali, a livello inconscio siamo in grado di “leggere” e comprendere perfettamente il corpo-inconscio altrui pur senza rendercene conto: per questo non ci sarà concesso di barare più di tanto rivestendo i panni dell’operatore o del terapeuta, in quanto i nostri clienti inconsciamente potranno benissimo riconoscere cosa da noi possono aspettarsi, anche se non è detto che riescano a decifrare le sensazioni che comunicheremo loro. Sta di fatto che se proviamo tensione e questa tensione, volenti o nolenti, è presente nel nostro corpo e nei nostri gesti, comunicheremo tensione anziché libertà, leggerezza e spazio. Se non c’è spazio non c’è relazione, di fatto, e se siamo “troppo pieni” di noi stessi e delle nostre tensioni e disfunzioni non lasceremo spazio all’interlocutore, non ci saranno spazi da condividere, quindi non ci sarà quello scambio che connota una reale e profonda comunicazione. Come operatori, coach, educatori, trainers o terapeuti cerchiamo di lavorare innanzitutto sulla congruenza nostra e dei nostri linguaggi, in modo che se diciamo una cosa tutto il nostro essere comunichi ciò di cui parliamo: una relazione terapeutica sarà ben più efficace se si è coinvolti non solo dalle parole, ma da tutto il modo di essere e sentirsi del terapeuta. Possiamo credere in ciò che diciamo e possiamo supportare le persone con le nostre buone intenzioni, ma se siamo in disfunzione comunicheremo anche questo, quindi la nostra comunicazione non sarà così efficace, anche perché le disfunzioni tolgono energia, riducendo la nostra efficienza e l’efficacia del nostro intervento. Oltre tutto, possiamo assistere, supportare o guidare qualcuno in un processo di trasformazione e cambiamento solo quando saremo passati in prima persona da esperienze trasformatrici: come possiamo fare da guida in un percorso che non conosciamo minimanmente? Con tutti noi stessi, in ogni istante comunichiamo la nostra storia, la storia del nostro viaggio nella Vita, e solo se quello che così “raccontiamo” sarà interessante, credibile, congruente e autentico (cioè se conduce da qualche parte!) le persone si sentiranno motivate a viaggiare con noi. Nulla si può sostituire all’esperienza, anche se possiamo riconoscere che l’esperienza non deve essere per forza sempre fatta in prima persona per arricchirci: a volte è sufficiente stare vicini a chi la vive e, se siamo dotati di un alto grado di empatia, nel condividerla sarà come viverla sulla nostra pelle. In ogni caso sempre esperienza sarà, e non soltanto conoscenza astratta.
La sincronizzazione: il respiro, l’ascolto e lo “stato del cuore”
Per completare il discorso dedicato inizialmente all’Elemento Aria, facciamo qualche riferimento a quello che potremmo definire “lo stato del cuore”, organo associato a tale Elemento in quanto collocato nella sede ad esso corrispondente(4). In alcune tradizioni, tra le quali la tradizione Sufi e quella yogica induista, il cuore viene considerato come “centro” dell’essere, in quanto essendo il quarto di sette principali centri energetici nell’individuo(5), è quello centrale e rappresenta l’armonizzazione e l’equilibrio tra tutti i piani su cui l’essere si manifesta. In effetti, come abbiamo visto, ora sappiamo che il cuore è il regolatore di tutti i sistemi psicofisiologici (Armour, Ardell, 1994), e rivolgere semplicemente l’attenzione a esso con qualche accorgimento ci aiuta a cambiare stato mentale attivando nel contempo una miriade di processi volti al recupero delle condizioni ottimali. Oltretutto, per rimanere in tema “Aria e Respiro”, ricordiamo che l’attività del cuore e quella respiratoria sono tanto collegate da far sì che, variando la respirazione, cambi la frequenza cardiaca: questo fa sì che, imparando ad essere più presenti all’attività del cuore, più percettivi e consapevoli di esso, anche la respirazione possa regolarsi in modo funzionale.
Nelle tradizioni esoteriche e spirituali di tutto il mondo il cuore è considerato la porta per accedere allo Spirito e al Divino. Nell’Astrologia Esoterica esso è simbolicamente associato all’Oro, metallo nobile e prezioso che costituisce la meta della trasmutazione alchemica del piombo, attraverso vari passaggi che ben rappresentano i processi di trasformazione cui va incontro ogni individuo in cerca di quella realizzazione e liberazione che consentono di affrancarsi dai condizionamenti “di questo mondo”.
Lo stato del cuore è quindi un vero e proprio stato mentale e di coscienza, che si manifesta quindi anche negli aspetti corporeo ed emozionale, ed è caratterizzato da una grande apertura che consente di essere per ogni interlocutore uno “specchio” neutro, ovvero uno specchio che restituisce l’immagine riflessa senza deformarla. In questo senso la neutralità associata allo stato del cuore è in primo luogo la facoltà di sospendere il proprio giudizio, cioè di accogliere l’altro senza giudicarlo, per evitare di operare proiezioni e presunzioni. Senza tale apertura e neutralità non ci può essere ascolto reale, poiché per ascoltare è necessario essere il più possibile liberi da “rumori di fondo” prodotti da stati disfunzionali limitanti dovuti alla propria storia di vita e ai propri relativi condizionamenti. La neutralità implicita nello stato del cuore non è, in questo senso, l’ “assenza di storia”, la negazione delle emozioni, ovvero l’illusione di poter evitare di “farsi toccare” dall’esperienza: è la capacità di vivere l’esperienza e lasciarsi formare da essa senza farsi de-formare, ovvero integrare l’esperienza e approdare, grazie ad essa, a una nuova funzionalità. In questo stato, caratterizzato da grande presenza a se stessi, le emozioni vengono pienamente esperite, accolte, riconosciute e quindi “liberate”, e questo rende possibile la loro gestione e trasformazione, processo che ci evita di rimanere imprigionati in una forma emotiva disfunzionale.
Lo stato del cuore è quello stato in cui siamo più capaci di sentire, quindi è caratterizzato da una grande empatia. Quest’ultima è senz’altro una qualità naturale, che si può tuttavia incrementare anche esercitandosi all’ascolto corporeo tramite il tocco(6), e in particolare mi riferisco a un certo tipo di tocco che definisco “tocco di ascolto”. Nella relazione d’aiuto, come abbiamo visto, è quanto mai importante essere “sulla lunghezza d’onda” della persona per poterla “agganciare” e “portare con sé” verso la sperimentazione di un nuovo stato più funzionale. Troviamo che l’applicazione di una certa qualità di tocco sia in questo senso estremamente efficace al di là di tante parole, poiché coinvolge l’intera struttura della persona su tutti i piani, diventando anche un potente strumento per indurre la trance. Se al tocco si aggiunge in un primo momento anche la sincronizzazione del respiro, l’“aggancio di fase” diventa ancora più semplice. Inizialmente sarà il terapeuta o l’operatore ad adattarsi al ritmo respiratorio del cliente. Questo ritmo potrebbe essere disfunzionale, ma sperimentare la disfunzione respiratoria del cliente (disfunzione che ha quasi sempre una componente emozionale) può aprire ulteriormente il terapeuta alla dimensione empatica, fornendo informazioni preziose su come il cliente si sente. In un secondo momento sarà l’operatore a dare suggerimenti al paziente e guidarlo su dove portare il respiro, senza forzarlo, cercando pian piano intanto di ritornare in prima persona ad una respirazione completa e funzionale. Generalmente questo modo di procedere fa sì che il cliente venga a livello inconscio coinvolto nel “ritmo” dell’operatore (a maggior ragione sarà importante che l’operatore, come già detto, sia ben presente e libero da disfunzioni importanti e condizionanti). Il tocco potrà fare il resto…
1) La Programmazione NeuroLinguistica (PNL o NLP, Neuro Linguistic Programming), creata negli USA da Richard Bandler e John Grinder negli anni ‘70, trae ispirazione e strumenti da strategie comuni ai ricercatori di ogni tempo e luogo della Terra, attingendo tanto dalla psicologia di Fritz Perls (ideatore della Terapia Gestalt), dall’ipnosi di Milton Erickson, dagli studi di Gregory Bateson (scrittore inglese che si è occupato di antropologia, cibernetica e teoria delle comunicazioni) quanto dalle esperienze “oltre confine” di sciamani, mistici e Maestri Spirituali. Essa fa riferimento alla mente e all’organizzazione della vita mentale (Neuro), al modo in cui il linguaggio che adoperiamo influenza noi e gli altri anche a livello inconscio (Linguistica), a come possiamo sostituire a schemi ripetitivi con azioni consapevoli e finalizzate (Programmazione).
2) Veder l’articolo “Il simbolismo del corpo: i Quattro Elementi”
3) Hanno funzioni differenti, anche se sappiamo che il cervello può riplasmarsi secondo necessità, soprattutto nei bambini.
4) Vedere “Il simbolismo del corpo: i Quattro Elementi”
5) I cosiddetti Chakra, disposti lungo l’asse verticale del tronco: il primo corrisponde alla base del bacino (pavimento pelvico, perineo, base del coccige), il secondo è situato sotto l’ombelico, il terzo corrisponde al plesso solare, il quarto appunto all’area del cuore, il quinto alla gola, il sesto al cosiddetto “terzo occhio” e cioè uno spazio tra le sopracciglia, il settimo, detto “corona”, alla sommità del capo.