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trans-form-azione

AGIRE UN CAMBIAMENTO DI FORMA

di Monica Canducci

Forma, funzione e stato mentale

Definiamo lo stato mentale come ciò che definisce la realtà di ogni individuo, ovvero gli occhiali attraverso i quali ciascuno di noi, in maniera assolutamente soggettiva, vede il mondo. Ogni stato mentale implica uno stato del corpo e una relativa gamma di sfumature emozionali, come dire che ogni modello degli occhiali implica una determinata montatura e un paio di lenti con una determinata gamma di colori… Non è detto che il nostro paio di occhiali, il nostro punto di vista sul mondo, sia funzionale sempre, o per sempre. Vi sono eventi che contribuiscono a modificare il nostro stato mentale, o situazioni che richiedono un cambiamento del medesimo con un’azione intenzionale (un “atto di volontà”) da parte nostra.

Possiamo concordare che lo stato mentale, esattamente come la nostra struttura, derivi dall’esperienza vissuta, e che a sua volta lo stato mentale, come la nostra forma, determini l’esperienza, attirandoci verso ciò che è più familiare: in questo senso sia la nostra struttura sia il nostro stato mentale tenderanno a riconfermarsi, a mantenersi nel tempo fino a che qualcosa non interverrà a modificarli, fosse anche la nostra volontà o intenzione, o un intervento esterno (un’altra esperienza). Possiamo dire che lo stato mentale e la forma-funzione del nostro corpo sono una cosa sola, ancora una volta andando oltre il dualismo implicito nel tentativo di far seguire agli stati della mente quelli del corpo o viceversa, tentativo che non farebbe altro che confermare una dualità corpo-mente: possiamo solo considerare “corrispondenti” i piani in cui la globalità dell’essere umano si manifesta, senza scinderli da quell’unità che li genera, né tra loro. Possiamo, per praticità, distinguere un piano fisico, uno emozionale, uno mentale, un piano della coscienza (forse accesso al piano spirituale..?) sui quali il nostro essere si manifesta, come distinguiamo le tante sfaccettature di una gemma preziosa, e potremo convenire che la gemma è un tutt’uno e le sue facce non sono separabili né l’una dall’altra, né tantomeno dalla gemma stessa, e che l’una sfaccettatura non determina l’altra ma tutte insieme sono la gemma. Così possiamo affermare che lo stato mentale è lo stato del corpo(1), e che in presenza di disfunzioni importanti corrispondenti a de-formazioni, ovvero ad un assetto disfunzionale della struttura, ogni tentativo di cambiamento dello stato mentale troverà nella forma acquisita e nelle sue restrizioni peculiari (consideriamo pure restrizioni anche le retrazioni delle catene cinetiche muscolari) un ostacolo, una vera e propria “memoria” che tenderà a ripristinarsi riportandoci allo stato precedente.

Sappiamo che cambiare stato mentale è possibile facendo ricorso, ad esempio, alla Programmazione Neuro Linguistica(2), che ci permette di “riprogrammare” i nostri circuiti e percorsi mentali consentendoci di riorganizzare le nostre modalità di comunicare con noi stessi e con gli altri, e quindi di modificare radicalmente abitudini e comportamenti mediante un’appropriata gestione di pensieri ed emozioni; la PNL utilizza anche le tecniche immaginative e l’ipnosi, permettendoci di sperimentare il ritorno ad uno stato maggiormente indifferenziato e meno condizionato, che comprende una gamma maggiore di opportunità rispetto a quante il nostro stato abituale ci prospetta(3). Quando si percepisce un cambiamento, esso è accompagnato da modificazioni rilevabili a livello della funzionalità fisiologica. A volte, tuttavia, il corpo mantiene un assetto disfunzionale, perché la “memoria” della miofascia(4) ha letteralmente “de-formato” la struttura naturale, “restringendo il campo” della percezione e della coordinazione. Per ovviare a questo inconveniente, sarebbe bene che il processo di cambiamento coinvolgesse l’intero essere globalmente, in ogni piano della sua manifestazione, quindi il corpo-mente tanto nella funzionalità dei sistemi quanto nella struttura, considerandola non solo in quanto “forma” ma, in particolare, negli aspetti della percezione e della coordinazione che ne determinano le forme stesse.

Il cambiamento di stato mentale sarà quindi più efficace e permanente quanto più nel cambiamento coinvolgeremo la nostra struttura, eliminando via via le restrizioni che, come il termine stesso suggerisce, restringono il ventaglio delle nostre possibilità di percepire, sentire, agire, comunicare, scegliere. Vivere condizionati dalle proprie restrizioni è un po’ come limitarsi a suonare soltanto su una o due ottave del pianoforte anziché usarle tutte, o usare solo una corda del violino pur avendone quattro a disposizione: il nostro repertorio sarà necessariamente limitato, e con esso anche l’espressività. Continuando con la metafora musicale, come possiamo dunque ritornare alla nostra “estensione naturale” recuperando una più ampia gamma di opportunità di essere ed esperire? Impegnandoci ad attuare un profondo decondizionamento dagli schemi non funzionali appresi e “scritti”, quindi leggibili, nel nostro corpo, processo che presenta numerose fasi.

Lavorare con le resistenze

O Signore, dammi il coraggio di cambiare le cose che possono essere cambiate,
la forza di accettare le cose che non possono essere cambiate,
e la saggezza per distinguere le une dalle altre
(Anonimo)

Affrontare un processo di trasformazione, volto al recupero della forma naturale e della funzionalità della medesima, significa innanzitutto iniziare col riconoscere che ciò che può essere funzionale in certe fasi della vita non necessariamente deve permanere tutta la vita. Nello stesso tempo è bene distinguere cosa può essere cambiato e cosa invece è bene che sia mantenuto, anche temporaneamente. Soprattutto teniamo presente che non è opportuno eliminare le cosiddette “sovrastrutture” (i pattern disfunzionali appresi e le conseguenti de-formazioni strutturali(5)) senza avere prima rinforzato il “cuore” (o “core”) della struttura, il suo nucleo profondo, centrale. Un esempio: abbiamo visto come nel corso di intense reazioni emotive ricorra lo schema di spostamento dell’energia verso l’alto. Questo avviene sia per garantire un maggior afflusso di sangue al cuore e alla testa, sia per comunicare all’eventuale “nemico” la propria determinazione: un torace gonfio, sia per orgoglio, sia per sfida o per farsi coraggio, incute timore e rispetto in chi ci sta di fronte… Nel caso che si instauri un vero e proprio “apprendimento strutturale cronico” di tale schema, che diventa in tal modo non più un riflesso occasionale bensì un pattern continuo ricorrente al di là della momentanea necessità, ciò potrebbe contribuire a distoglierci dalla parte inferiore del corpo, spesso già “dimenticata” in quanto investita, nel nostro ambito culturale, di significati legati alla sessualità e all’attività degli sfinteri, quindi zona “off limits”: quante volte già da bambini siamo stati diffidati dal toccarci o guardarci in “quelle parti”… meglio dimenticarle, rivolgendo la propria attenzione altrove e ritirandola da lì… Inoltre la nostra cultura e l’ambiente sociale spesso privilegiano ancora le attività “di pensiero” rispetto a quelle maggiormente fisiche (a meno che non si tratti di sport…), col risultato di vederci identificare sempre più con la nostra testa anziché con l’intero corpo. Ma né un albero, né una casa riusciranno a reggersi senza base, sia essa costituita da radici o fondamenta, e così anche noi: se ci distogliamo da ciò che ci dà sostegno, per reggerci avremo bisogno di “aggrapparci” più in alto, e attraverso tali compensazioni metteremo in eccessiva e innaturale tensione altri punti della struttura pur di mantenere il nostro precario equilibrio(6). Compensazione su compensazione, sulla struttura di base si verrà quindi costituendo una vera e propria “sovrastruttura”. Consideriamo però che questo lavoro di sovrastrutturazione, che vede coinvolto nell’evidenza tutto il sistema miofasciale(7), è stato fatto generalmente in tempi molto lunghi attraverso varie fasi, e sempre per necessità. Quindi non possiamo avere la pretesa di smantellare in pochi giorni ciò che abbiamo impiegato anni a costruire perché, anche se ormai abbiamo preso coscienza della sua disfunzionalità, la nostra sovrastruttura una funzione l’ha avuta: quella di permetterci di sopravvivere alle aggressioni percepite dal mondo esterno, ovvero di difenderci quando non potevamo proteggerci diversamente. Non dobbiamo cedere alla tentazione di giudicare negativamente la nostra sovrastruttura e le nostre compensazioni (e tanto meno quelle altrui!). Se non sono più funzionali dobbiamo comunque riconoscere loro il merito di averci protetti e di averci permesso di adattarci al mondo. Se è il momento di trasformarci, non possiamo partire smantellando le nostre sovrastrutture di punto in bianco, poiché sarebbe come chiedere ad un guerriero di scendere in campo senza armatura. E nemmeno potremo pretendere di lasciare le tensioni a carico della parte superiore del corpo senza aver prima riequilibrato, rafforzato o almeno percepito la parte inferiore ed il centro(8): chi si affiderebbe a qualcuno poco saldo sulle gambe gettandoglisi tra le braccia con tutto il proprio peso? In ogni caso, per smantellare i programmi disfunzionali consolidati e le relative sovrastrutture, dobbiamo recuperare quelli originali, quindi ripristinare gli schemi naturali di movimento per poter abbandonare le cattive abitudini. La parola d’ordine è, sempre e comunque, rispetto, rispetto per ciò che il nostro inconscio ha attuato per proteggerci e consentirci di adattarci alla vita, visto che la nostra consapevolezza era assente o impegnata chissà dove! Quindi rispetto anche verso le nostre resistenze al cambiamento. Nel momento in cui la nostra “intelligenza nascosta”, il nostro inconscio, sentirà che ci si può fidare, allora potremo modificare quanto di disfunzionale abbiamo appreso riconoscendo le sovrastrutture obsolete, e orientarci verso le opportunità più funzionali al momento. Dobbiamo venir rassicurati dal processo di cambiamento, non viverlo come una violenza! E soprattutto possiamo imparare ad evitare giudizi negativi su noi stessi (e sugli altri…): ognuno ha la sua storia, assolutamente unica, personale e soggettiva, e le tracce che tale storia ha lasciato sono magari disfunzionali, ma sempre e comunque da rispettare. Oltretutto il giudizio (spesso sconfinante nel pregiudizio) si accompagna a un elevato senso critico, il quale sarebbe decisamente d’ostacolo nel nostro lavoro, restringendo il campo delle opportunità di cambiamento percepite. Non dimentichiamo che il nostro obiettivo è comunque il recupero di una forma-funzionalità il più possibile “naturale”, della nostra personale morfologia archetipica, se così possiamo dire, approdando a quella neutralità che è vera Natura, o libertà da condizionamenti e connotazioni forzate: tale condizione ci consentirebbe di muoverci, sempre presenti e consapevoli, attraverso la più vasta gamma possibile di esperienze, permettendoci ogni volta il ritorno allo stato neutro, dove per neutro si intende anche in equilibrio omeostatico. Ciò significherebbe vivere pienamente e ricordare ciò che si è vissuto senza farsi condizionare dai ricordi, ovvero senza che i ricordi (o le memorie) si trasformino in percorsi obbligati. Significherebbe imparare dall’esperienza e contemporaneamente affrontare ogni nuova esperienza liberi da pregiudizi e aspettative. Come dicono i Maestri Spirituali, la vera libertà è la libertà da se stessi…

Il ruolo della respirazione

Abbiamo visto che ogni risposta emotiva coinvolge l’intera fisiologia. La prima e più evidente tra le funzioni fisiologiche ad essere modificata in questo senso è la respirazione. Quando permaniamo nella risposta di allarme, come avviene quando si instaura uno stato di distress(9) cronico, la respirazione completa viene compromessa in quanto il corpo, come abbiamo visto, tende a mantenersi nella forma disfunzionale, che si manifesta in primo luogo con il blocco del diaframma, con conseguente possibile instaurarsi di vere e proprie restrizioni che ne limiteranno anche in seguito la mobilità. Una scarsa mobilità del diaframma, muscolo respiratorio principale(10) e “pavimento” di cuore e polmoni, si ripercuote sull’ossigenazione (una ridotta partecipazione del diaframma alla respirazione può sia ridurre l’apporto di ossigeno al nostro organismo sia condurre, per altri processi che coinvolgono la parte più alta del torace, all’iperventilazione), sulla funzionalità cardiaca e in generale sulla funzionalità di tutti gli organi interni, in quanto viene meno l’azione drenante che il movimento del diaframma, vero e proprio “massaggio interno”, esercita naturalmente. Dal punto di vista strutturale, una ridotta mobilità o restrizione del diaframma induce un’attività e uno sforzo maggiore del necessario a carico della muscolatura della parte alta del torace e un coinvolgimento esagerato nella respirazione di quei muscoli che ancorano la gabbia toracica al capo, come lo sternocleidomastoideo o i muscoli del tratto cervicale. Questo può implicare un’ipertonicità di tali muscoli, il loro raccorciamento e quindi l’instaurarsi di altre restrizioni dovute all’aumento della componente fibrosa del tessuto a scapito di quella elastica, nonché favorire la comparsa dei cosiddetti “trigger point”, percepibili al tatto come punti ispessiti, dolenti alla pressione e, soprattutto, in grado di diffondere dolore e causare limitazioni del movimento ad aree corporee lontane dai punti stessi (i trigger point nelle regioni cervicale e dorsale sono, ad esempio, responsabili di molte cefalee muscolotensive). In ogni caso, qualunque processo di trasformazione e ristrutturazione della nostra integrità psicofisica implica necessariamente la rieducazione ad una respirazione corretta e completa. Le tecniche corporee a cui è possibile sottoporsi, come il Rolfing®, il Rolf Movement®, le tecniche miofasciali, o che si possono praticare come il Beamish Bodymind Balancing®, o ancora gli interventi di ristrutturazione corpo-mente globale come il Deep Impact Structural Coaching®, implicano tutte quante il ripristino di una respirazione funzionale e libera da restrizioni.

1) Vedi l’articolo “Omeostasi e senso di sé”

2) La Programmazione NeuroLinguistica (PNL o NLP, Neuro Linguistic Programming), creata negli USA da Richard Bandler e John Grinder negli anni ‘70, trae ispirazione e strumenti da strategie comuni ai ricercatori di ogni tempo e luogo della Terra, attingendo tanto dalla psicologia di Fritz Perls (ideatore della Terapia Gestalt), dall’ipnosi di Milton Erickson, dagli studi di Gregory Bateson (scrittore inglese che si è occupato di antropologia, cibernetica e teoria delle comunicazioni) quanto dalle esperienze “oltre confine” di sciamani, mistici e Maestri Spirituali. Essa fa riferimento alla mente e all’organizzazione della vita mentale (Neuro), al modo in cui il linguaggio che adoperiamo influenza noi e gli altri anche a livello inconscio (Linguistica), a come possiamo sostituire a schemi ripetitivi con azioni consapevoli e finalizzate (Programmazione).

3) Vedi “Trans-form-azione parte II”

4) Vedi” Vivere il corpo (I): forma e funzione nella struttura corporea” e “Vivere il corpo (II): i muscoli, la fascia, il sistema nervoso”

5) Per de-formazioni in questo caso intendiamo quelle “forme” dovute ad atteggiamenti quali la testa sporgente in avanti, le spalle sollevate verso le orecchie, il torace incavato, oppure la schiena eretta rigidamente, il petto sollevato e sporgente, ecc…

6) Inconvenienti della stazione eretta!

7) Nell’evidenza appunto, poiché in realtà coinvolge tutto ciò che “c’è ma non si vede”, quindi l’intero essere e organismo su tutti i livelli.

8) Per “centro” intendiamo sia quella parte del basso addome che corrisponde al baricentro nella stazione eretta, e nelle discipline orientali prende il significato di “centro vitale” per eccellenza (“Hara” in Giappone), sia la parte più profonda e interna del nostro corpo nella sua verticalità, che comprende lo spazio viscerale di addome, torace, testa.

9) Per “eustress” si intende quel grado moderatoe positivo di attivazione che ci consente di essere pienamente efficienti, mentre per “distress” si intende lo stress eccessivo o cronico, quindi negativo, che induce alla disfunzionalità.

10) Il diaframma è un muscolo a forma di cupola che si inserisce nella faccia interna del margine superiore delle costole (dalla VII alla XII), nella faccia posteriore del processo xifoideo dello sterno, nella parte anteriore delle vertebre lombari (da L1 a L3). La sua azione lo vede contrarsi durante l’inspirazione scendendo verso il basso, espandendo il diametro della gabbia toracica e spostando le viscere.