l'insulto al corpo
STRESS, TRAUMA, DISFUNZIONE
di Monica Canducci
Il mantenimento dell’omeostasi
Il nostro corpo è dotato di un efficace sistema di autoregolazione (Issartel L. e M. 1992), che ci consente di ritornare all’equilibrio anche dopo aver subìto un trauma fisico o emotivo di una certa entità. Questo ritorno all’equilibrio avviene con facilità quanto più l’intera nostra struttura, su tutti i livelli (fisico, emotivo, mentale), è libera da restrizioni e disfunzioni. Se la struttura è già compromessa, e quindi ha già in atto importanti compensazioni che ne intaccano la funzionalità, o se ci portiamo oltre il nostro limite sottoponendoci a stress eccessivo, il nostro organismo non riuscirà facilmente a disperdere l’effetto di un qualsiasi ulteriore trauma e quindi a tornare all’omeostasi. Assisteremo quindi all’instaurarsi di una ulteriore compensazione, che potrà facilmente dar luogo a restrizioni nel tessuto fasciale, che a loro volta potrebbero condurre all’instaurarsi della de-formazione/dis-funzione. Oltretutto, mantenere una disfunzione costa all’organismo un dispendio energetico notevole. L’energia impiegata nel mantenimento di forme disfunzionali ormai acquisite viene sottratta ai processi vitali, e questa sottrazione determina una maggiore vulnerabilità di tutto il sistema. Più siamo in disfunzione, più tenderemo alla disfunzione. Naturalmente questo implica che una struttura bene allineata e funzionale rende più semplice il mantenimento della funzionalità e dell’omeostasi. Ciò significa anche che un individuo pienamente consapevole delle proprie risorse psicofisiche, dei propri limiti e delle proprie possibilità, potrà più facilmente autogestirsi, grazie ad un attento ascolto, rispettando se stesso ed evitando l’instaurarsi di qualsiasi circolo vizioso. Meno siamo consapevoli e presenti, più il “corpo-inconscio” compenserà dando luogo ad automatismi disfunzionali; più siamo consapevoli, percettivi e presenti (in ascolto di noi stessi), più il corpo-inconscio tenderà al recupero dell’equilibrio funzionale.
Come un riflesso diventa forma
Nel corso della vita subiamo innumerevoli insulti, ovvero danni, che possono differire per ciascuno di noi in datazione (cioè occorsi presto o tardi nel corso del nostro sviluppo), numero (molti o pochi nella nostra vita), sorgente (causati da traumi esterni oppure generati da asimmetrie o attriti interni), durata (episodici o continui), severità (leggeri, moderati o intensi). La natura ci ha provvisti di risposte immediate, per così dire istintive o non mediate dalla volontà, quindi automatiche, agli insulti di ogni tipo. La cosiddetta risposta di allarme (startle reflex) è un processo complesso che inizia da più semplici risposte spontanee agli eventuali insulti, ovvero semplici risposte fisiologico-emotive (quindi coinvolgenti l’intera struttura fisica e le sue funzioni) a eventi sconosciuti o al pericolo. La risposta di allarme nasce quindi come riflesso necessario e transitorio ma, dipendentemente dalla durata, dall’intensità, dal momento della nostra vita in cui l’evento-insulto occorre, può condurre il nostro corpo a prendere forme disfunzionali: il semplice riflesso diventa qualcosa di più complesso e duraturo, uno stress prolungato, un automatismo che può affliggere l’individuo permanentemente, “congelandolo” in una forma innaturale. Qualunque insulto può essere recepito su tutti i livelli, fisico, emozionale, mentale, e quindi coinvolgerli tutti nella risposta.
Il riflesso, o risposta, di allarme, dapprima induce nell’individuo uno stato di allerta, un’attivazione di tutti i sistemi quale può essere quella di un atleta o di un artista prima di una performance, caratterizzata da una moderata produzione di adrenalina. Tale stato di attivazione, di per sé non negativo (anzi, desiderabile in caso si debba effettuare una performance), può corrispondere alla competitività o all’atteggiamento di sfida tipico di quando “si difende il proprio territorio”: è lo stadio in cui “ci si erge in tutta la propria statura”, pronti a dimostrare ciò che si è e si vale. Se la fonte di insulto persiste, questo primo stadio è seguito da un irrigidimento generale che espande la parte superiore del corpo, il petto e il torace, a scapito della cavità inferiore, quella addominale, la quale si contrae “spremendo forza” verso il petto e la testa. L’eccitazione cresce e le pulsazioni si intensificano. Il diaframma si blocca e la gabbia toracica si innalza mantenendo costole, clavicole e spalle in posizione di inspirazione. Lo “stress negativo”, o distress, inizia in questo stadio, in cui si manifesta il bisogno di essere assertivi, di “stabilire dei confini” di fronte ad un evento percepito già come minaccia, stadio che implica emozioni quali l’orgoglio, il disgusto, il rifiuto. Fino a qui il corpo risponde organizzandosi in modo più compatto, per incutere rispetto o timore attraverso una evidente maggiore strutturazione che evochi più forza e resistenza. Uno stadio successivo a questo vede l’irrigidimento aumentare, per rispondere alla paura o al fastidio, esprimendo rabbia o avversione. È la fase in cui tutto il corpo dice alla fonte di insulto “o te ne vai o me ne andrò io”. Ancor più rispetto allo stadio precedente, in questa fase il sangue viene sospinto verso il petto e il cervello; inoltre l’intera struttura esprime il conflitto in atto nell’organismo, che si trova a fronteggiare l’aggressione e contemporaneamente è pronto alla fuga. In questa fase il corpo sembra quasi volersi staccare da terra, quasi si potesse davvero “volare via” (non a caso ci si riferisce a questo tipo di reazione come risposta “fight or flight”, ovvero “combattere o fuggire”, letteralmente “combattere o volare via”). Questo stadio stabilisce l’inizio della disorganizzazione della forma: qui perdiamo il controllo su ciò che ci circonda, e siamo costretti a far fronte alle conseguenze cui l’insulto ci espone. Se verremo attaccati, potremo uscire vittoriosi o meno combattendo, o cavarcela fuggendo, ma potremo anche soccombere se messi alle strette. In questo caso la risposta evolve verso la crisi, lo stadio in cui ci si sente paralizzati, incapaci di reagire se non dando sfogo al panico col pianto. Il petto è bloccato in inspirazione mentre il diaframma è bloccato in espirazione, la muscolatura pelvica è contratta per sospingere in alto le viscere, già compresse dalla parete addominale retratta: la struttura è frammentata, disorganizzata e ci espone alla disfunzione. L’estrema frustrazione sfocia nella sottomissione, stadio ulteriore che vede la nostra ritirata. L’organismo è provato e incapace di combattere, il diaframma inizia a scendere, il petto si sgonfia e collassa facendo defluire la pressione in basso verso le viscere, l’addome si dilata, la parete addominale anteriore collassa anch’essa. Non c’è più eccitazione, il panico ha ceduto il posto alla depressione di tutte le funzioni dei vari sistemi e possiamo solo provare sconfitta, rassegnazione. In quest’ultimo stadio la cavità addominale e il bacino sporgono anteriormente, il petto è sgonfio e paradossalmente il diaframma è bloccato in espirazione; la respirazione è compromessa e ci sentiamo apatici, privi di vitalità, energia, volontà…in due parole, senza speranza. Le varie fasi di questo processo sono consequenziali, ed il processo può interrompersi in una qualunque di esse: se ad esempio la prima risposta allontana la fonte di insulto e stress, l’evento si interrompe e l’organismo può tornare all’omeostasi. Altrimenti, la prima risposta chiama in causa la seconda, la seconda conduce alla terza e così via. Nei casi estremi si bypassano alcuni stadi giungendo all’ultimo direttamente. Abbiamo visto come le prime fasi si manifestino dapprima con l’attivazione corrispondente all’erigersi nella piena verticalità, cui segue una progressiva rigidità: il corpo si inarca come per spingere via, in una postura che riflette la paura o la rabbia che portano all’attacco o alla fuga. Nelle fasi seguenti vediamo invece il corpo assumere dapprima atteggiamenti di chiusura finalizzata alla protezione di sé e, infine, approdare al collasso della forma-funzione ripiegandosi su di sé (Keleman 1985).
L’instaurarsi della disfunzione
Tutti questi passaggi si intendono appunto come fasi temporanee di un riflesso mirato a consentirci di difenderci o proteggerci: una volta passato il pericolo, o comunque superato o allontanato l’evento generatore di stress, l’organismo dovrebbe poter ritornare all’omeostasi, e quindi alla forma e alla funzionalità naturale. Teniamo presente che il riflesso – o risposta – di allarme ci costringe a prestare attenzione a stimoli sconosciuti indipendentemente dalla loro reale natura, sia che essi sfocino in una situazione dolorosa, sia che preludano a qualcosa di piacevole. Tale risposta rifocalizza la nostra attenzione permettendoci di proteggerci se necessario, perfino di attaccare o fuggire, di fronte a eventi non ancora definiti e sui quali inizialmente non sappiamo operare una valutazione, e comunque di predisporci a reagire di conseguenza. La risposta di allarme coinvolge tutto l’assetto neurochimico, e quindi lo stato del corpo, della mente, delle emozioni, dei sentimenti; in particolare, nei vari suoi stadi, essa si evidenzia attraverso progressivi cambiamenti di forma che coinvolgono tutta la muscolatura e la postura, a partire dal diaframma respiratorio e dai vari altri diaframmi, ovvero le strutture che separano le cavità del nostro corpo, ripercuotendosi sulla relazione con la gravità e quindi sull’allineamento e l’organizzazione della struttura. A ciascuno dei vari stadi della risposta di allarme, quindi, la forma si riorganizza per far fronte alla situazione, tornando poi allo stato di equilibrio naturale, cioè a quell’omeostasi cui si è già accennato, una volta chiarito o superato il momento. I problemi insorgono nel caso in cui l’insulto si protragga fino a diventare uno stato continuo, ovvero una fonte di stress cronico, quando cioè la forma si organizza in un pattern somatico mantenuto (a volte ciò accade anche in caso di grave e intensissimo shock): la risposta di allarme cede il posto allo stress cronico, e il più delle volte senza rendercene conto rimaniamo in stato di costante allerta, quindi contratti, tesi, irrigiditi muscolarmente… e intanto la miofascia (ovvero l’insieme di muscolatura e tessuti connettivi(1) ad essa correlata) “impara”, cosicché quand’anche la fonte di insulto svanisce, ci lascia una “forma-ricordo” corporea disfunzionale. Il tempo e l’intensità che occorrono affinché l’insulto protratto si consolidi in un cambiamento permanente della forma e funzionalità della struttura dipendono e variano da soggetto a soggetto. Quanto più un pattern è ricorrente e abituale, tanto più darà luogo ad un vero e proprio apprendimento che potrà cristallizzarsi in un automatismo. Usando una metafora, il corpo impara la strada che conduce laddove andiamo più spesso, e più andremo là, più là saremo attratti… Quando la nostra struttura si “fissa” nella forma caratteristica di uno tra i passaggi sopra illustrati, noi vi tenderemo tanto fisicamente quanto emotivamente e mentalmente. Vedremo il mondo alla luce di quella forma, e tale forma condizionerà, per non dire diventerà, il nostro stato mentale: ogni occasione sarà buona per ritornarvi anche se non è più funzionale, in quanto ormai acquisita e automaticamente richiamata. Questo automatismo appreso ci toglie libertà di scelta, non solo perché ci rende preda di reazioni emotive a volte spropositate rispetto al dovuto, ma anche perché, dando al nostro corpo una certa forma e mantenendola, ci porta a identificare tutti noi stessi con quella forma e quindi a limitare il nostro sentire – noi stessi e il mondo – ad essa.
Traumi e restrizioni
Abbiamo visto come l’insulto, sia fisico sia emotivo, possa generare modificazioni anche permanenti della nostra struttura. Ogni insulto, ogni trauma non dissipato, ovvero non seguito da un ritorno all’omeostasi, genera una modificazione nella direzione della restrizione, che implica ispessimento o addensamento del tessuto connettivo. Nel caso di insulto emotivo e stress prolungato, come abbiamo visto seguendo le varie fasi della risposta di allarme, la restrizione di solito si instaura in maniera evidente innanzitutto a livello del diaframma respiratorio e dei diaframmi in generale. Per diaframmi intendiamo tutte le strutture orizzontali presenti nell’organizzazione verticale del nostro corpo, luoghi di scarico (e accumulo…) di tutte le tensioni, quindi sedi privilegiate dell’instaurarsi di restrizioni dovute a tensioni fisiche ed emotive. Consideriamo diaframmi quindi la volta cranica, il tentorio del cervelletto(2), il palato, la gola, l’architettura della zona alta del torace detta “stretto toracico”, il diaframma toraco-addominale o respiratorio, il pavimento pelvico, la pianta dei piedi. A parte gli estremi, cioè la volta cranica e la pianta dei piedi che ci separano (o mettono in contatto…secondo i punti di vista!) con l’ambiente, tali diaframmi sono quelle strutture che separano (o mettono in comunicazione…è sempre questione dai punti di vista!) le cavità principali del nostro corpo, e abbiamo visto come in stati emotivi particolari la separazione tra queste cavità sembra accentuarsi, principalmente per consentire un maggiore afflusso di sangue al cuore e al cervello: infatti in certi momenti dichiariamo di sentire “un nodo alla gola”, “il sangue alla testa”, “una morsa allo stomaco”, “uno spasmo alle viscere”, ecc. Ovunque la restrizione si instauri, sappiamo che potrà ripercuotersi sull’intera struttura e funzionalità del nostro essere. Restrizione significa meno movimento, meno irrorazione, meno scambio, meno comunicazione, anche nervosa, quindi minore presenza. A volte la presenza ad una parte del corpo è richiamata spiacevolmente dal dolore: quando ci facciamo male ce ne accorgiamo, ma subito subentrano processi inconsci e automatici di difesa i quali tendono a far sì che l’intera struttura si adatti in modo da sollecitare la parte colpita il meno possibile. Tali processi automatici di compensazione, volti ad evitare il dolore e a salvaguardare l’efficienza, sono fondamentali per la nostra sopravvivenza, ma diventano un’arma a doppio taglio nel momento in cui approfittiamo di essi: se non daremo la dovuta attenzione alla parte colpita, la disfunzione si estenderà, in quanto per evitare di sollecitare quella zona inconsciamente eviteremo anche di usarla, quindi riorganizzeremo, sempre inconsciamente, i nostri schemi di movimento per evitare il movimento naturale completo. Imparando a non usare quella zona, potremo “dimenticare” di e come usarla correttamente, e da quel momento il nostro “sentirci” e “adoperarci” sarà parziale, dunque incompleto.
La miofascia, come già detto, impara, e buona parte del sentimento di noi stessi ci viene proprio dalla modalità di organizzazione della nostra struttura: le restrizioni fasciali, oltre a condizionare la funzionalità degli organi, condizionano il sentimento di sé(3). Distorcendo l’intero schema corporeo, la restrizione distorce la percezione naturale di se stessi non solo nell’area soggetta a restrizione, bensì globalmente.
Il ruolo della presenza
Sia che la restrizione parta dalla periferia, magari dovuta a un problema fisico come ad esempio la compensazione dopo una distorsione della caviglia, sia essa centrale, come un blocco del diaframma respiratorio dovuta magari a cause emozionali, a essa può corrispondere un “ritiro” della percezione (e della consapevolezza) che avviene nella parte del corpo colpita o nelle zone coinvolte, limitrofe o meno. Possiamo supporre che questo ritirarsi della percezione, della consapevolezza, della presenza da una parte corpo ci allontani anche dai significati simbolici di cui quella parte è investita(4). A ogni modo le restrizioni fasciali implicano fisicamente minore capacità di estensione ed espansione, quindi in generale minore possibilità di movimento. Poiché quasi tutte le esperienze sono generate e consentite dal movimento, la restrizione ci limita nell’esperienza. Minore possibilità di movimento significa minori opportunità di esperienza in ogni campo, intendendo l’esperienza come la capacità soggettiva di percepire, agire, interagire, apprendere. La percezione di sé e delle esperienze avviene nel corpo e mediante il corpo, quindi un corpo più aperto e libero può consentire esperienze più varie, vaste, complete, intense e appaganti.
Ma come possiamo impedire l’instaurarsi di una restrizione? Ancora una volta ritorniamo sull’importanza della consapevolezza e della presenza: occorre innanzitutto portare a consapevolezza ciò che “sta dietro” ai processi automatici, per evitare che l’apprendimento di automatismi disfunzionali sostituisca con questi ultimi i riflessi automatici che potremmo dire “naturali”, originali. Questo significa non restare in balia dell’automatismo compensatorio più del necessario per evitare che la struttura, attraverso il continuo dialogo tra miofascia e sistema nervoso, “impari” i patterns disfunzionali. Significa essere più consapevoli e presenti, accettando il dolore e prendendosi cura di sé anziché negare le cause che lo scatenano e magari appellarsi al “c’è così tanto da fare…”. Ogni dolore non è che la spia di una disfunzione in atto, e sopprimendo o eludendo la spia non elimineremo la disfunzione, sia che ci affidiamo ai farmaci, ad altri strumenti o ai nostri meccanismi di difesa. Consapevolezza e presenza sono fondamentali anche per evitare (o almeno arginare) il rischio di “fissare” la nostra struttura in forme tipiche di alcune risposte emozionali, come abbiamo visto analizzando le varie fasi della risposta di allarme. Inoltre teniamo presente che un’emozione pienamente vissuta, “liberata” ed espressa fino in fondo difficilmente lascerà tracce nel corpo, il quale invece si irrigidisce e si deforma nel tentativo di trattenere l’emozione, di dissimularla, reprimerla o comunque non manifestarla, ovvero inibirla. Quando il reprimere o inibire ripetutamente un’emozione diventa abitudine, impareremo e manterremo quegli schemi di movimento tipici del trattenere o inibire, schemi molto complessi a loro volta somma di patterns conflittuali tra loro, i quali tenderanno a riorganizzare – o meglio, disorganizzare – la nostra struttura in maniera frammentata diventando automatismi disfunzionali e de-formanti.
Sempre in riferimento al piano emotivo, parlando di reazioni automatiche e riflessi appresi, comprendiamo come l’esercizio della presenza a noi stessi ci sia indispensabile per interrompere un processo di reazione, soprattutto quando la medesima è spropositata o fuori luogo. Troppo spesso infatti, anziché agire, reagiamo mettendo in atto automaticamente schemi appresi che non sempre tuttavia sono funzionali e pertinenti alla situazione, schemi che rischiano a loro volta di trascinarci in un vortice emozionale innescando una reazione a catena. Riprendendo la metafora sopra illustrata, possiamo dire che se la reazione automatica rappresenta il percorso conosciuto, presenza e consapevolezza sono gli strumenti che ci consentono di sperimentare strade nuove.
1) Vedi” Vivere il corpo (I): forma e funzione nella struttura corporea” e “Vivere il corpo (II): i muscoli, la fascia, il sistema nervoso”, quest’ultimo di prossima pubblicazione.
2) Costituito da una parte della dura madre disposta orizzontalmente nel cranio
3) Vedi l’articolo “Omeostasi e sentimento di sé” di prossima pubblicazione