Il metodo Beamish Bodymind Balancing ® e le sue potenzialità
Dagli atti del convegno “Sportivamente - Le nuove frontiere della Psicologia dello Sport“, Evento patrocinato dalla Regione Valle d'Aosta, Assessorato Sanità Salute e Politiche Sociali, e dal CONI (Aosta, 2006)
Il mio approccio al corpo è stato piuttosto controverso. Sono stata una bambina e una ragazzina “allergica” alle attività sportive, soprattutto quelle competitive. L’unica parte del corpo che allenavo volentieri erano le mani, studiando pianoforte fino a diplomarmi al Conservatorio. Contemporaneamente studiavo composizione, e dopo i vent’anni mi ritrovai sempre più frequentemente a collaborare con artisti di spettacolo (teatro, televisione, cinema) componendo musiche di scena e colonne sonore. Venni presto ingaggiata per una tournée importante, oltre le 100 date in un anno, e in quell’occasione mi fu richiesto di eseguire in scena le musiche da me composte, e in più di recitare, dopo aver affrontato un training teatrale corporeo e vocale molto intenso per la preparazione al ruolo richiestomi. In quell’anno ebbi l’opportunità di confrontarmi, oltre che con il successo dell’iniziativa, per fortuna, con una serie di disturbi legati all’uso “improprio” che, evidentemente, stavo facendo del mio corpo, permanendo in una situazione che mi generava stress a causa dei ritmi che imponeva e del il logorio psicofisico che ne conseguiva.
Mi avvicinai quindi a una serie di tecniche e discipline per alleviare sia i dolori muscolari e osteo-articolari (a carico soprattutto della zona lombare, dorsale e cervicale) sia altri disturbi, che forse oggi potrebbero essere diagnosticati come DAP, o almeno ansia da prestazione… Vertigini, tachicardia, aritmie, senso di nausea, oppressione al petto, formicolii alle estremità, ecc. Sperimentai quindi lo yoga, le tecniche di respirazione e rilassamento, le arti marziali quali il Tai Chi e l’Aikido, altre tecniche quali la Bioenergetica(1) e il metodo Feldenkrais(2), basati sulla percezione e sul movimento, traendone alcuni notevoli benefici. Nel corso di qualche anno la mia esperienza nell’ambito delle attività corporee era notevolmente accresciuta: mi ero talmente appassionata ai risultati ottenuti che iniziai a integrare i principi di tali tecniche, creando un metodo personale. Negli anni seguenti, oltre all’attività di insegnante e trainer del metodo che avevo creato e man mano perfezionavo, continuavo a lavorare in teatro, espandendo le mie competenze alla danza. Come interprete nel campo del teatro-danza, le richieste cui ero sottoposta dal ritmo e dal carico di lavoro erano davvero impegnative, sia dal punto di vista fisico sia da quello emotivo. Mi sottoponevo a 6 - 8 ore di training al giorno, con l’obiettivo di conseguire sia velocità sia resistenza. Mi si richiedeva inoltre, dal punto di vista corporeo, elasticità, flessibilità, precisione nel gesto e, ovviamente, instancabilità! In più, in scena dovevo padroneggiare perfettamente corpo e voce dal punto di vista espressivo ed emozionale, quindi trasmettere emozioni senza farmi travolgere da esse o diventarne vittima…per le crisi di ansia da prestazione o di panico non c’era proprio spazio! Fortunatamente il training che già avevo messo a punto dava ottimi risultati, ma sentivo la mancanza di un allenamento strutturato che mi desse modo di esercitarmi senza esaurire le mie forze e rigenerandomi nello stesso tempo. Studiavo fisiologia e anatomia per passatempo e perché mi affascinava, e sia lo studio sia il ricordo delle arti marziali che avevo praticato mi trasmettevano la consapevolezza che c’era un modo di allenarsi senza affaticarsi. Avevo appreso che utilizzando le immagini mentali in una certa maniera, associandole al respiro, potevo compiere alcuni movimenti senza apparente sforzo e senza risentirne, ma non sapevo strutturare un training basato su questi principi. Oltretutto, perdurava il problema del dolore e della limitazione del movimento in vari distretti del mio corpo, in particolare la zona dorsale e cervicale, eredità degli anni di studi pianistici. Così, cercando una soluzione al problema del dolore, mi imbattei in una forma di Educazione Corporea, il Rolfing® (dal nome della creatrice della tecnica, la Dott.ssa Ida Rolf), un percorso di Integrazione Strutturale nato negli Stati Uniti. Appresi che il Rolfing® è una tecnica corporea che comprende il trattamento manuale della fascia, tessuto connettivo che circonda, unisce e separa ogni parte del corpo, organi, muscoli, vasi, ossa, legamenti, tendini e tutto quant’altro c’è nel nostro corpo, con l’obiettivo di fornire alla persona la consapevolezza delle proprie risorse individuali per integrarsi in modo facile e armonioso nel campo gravitazionale. Il trattamento, un percorso che si completa in dieci sedute, comprende esercizi che consentono di “riprogrammare” la propria facoltà di percepire e coordinare, tenendo conto coscientemente dell’influenza della forza di gravità. Mi incuriosii immediatamente, e mi sottoposi al ciclo di trattamenti, con risultati straordinari. Dopo ogni seduta sentivo di aver fatto grandi passi verso la libertà di movimento in leggerezza. Mi preoccupavo solo del “come” amplificare queste conquiste per integrarle nel mio training quotidiano. Fortunatamente, nello stesso periodo, conobbi il M° Philip Beamish(3), che insegnava danza classica con una tecnica straordinariamente efficace, in grado di produrre risultati eccezionali. Questa tecnica, estremamente rispettosa della struttura e della funzionalità corporea, comprendeva un metodo assolutamente rivoluzionario di “sbarra a terra” (floor bar in inglese), ovvero una serie di esercizi al pavimento che avevano lo scopo di preparare il corpo a lavorare nella verticalità. Mi sottoposi al training di sbarra a terra e subito rimasi folgorata. Ritrovavo gli stessi principi sui quali il Rolfing poggiava le sue solide e scientifiche basi. L’importanza della muscolatura pelvica a supporto del gesto e del respiro, l’insistenza sulla consapevolezza di ogni minimo collegamento tra il movimento e il respiro in relazione con l’appoggio a terra e l’orientamento nello spazio, la doppia direzione alto-basso e, soprattutto, il “lasciar accadere” il movimento supportandolo con immagini mentali che evocassero direzioni precise anziché forzarlo, o “farlo”. Fu per me una svolta enorme. Nel giro di poche settimane, grazie al Rolfing e al training che stavo frequentando con Philip Beamish, il mio corpo si era definitivamente rimodellato e liberato dalle restrizioni dolorose, e percepivo in me una stabilità fisica ed emotiva che mai avrei creduto di poter conseguire. Era entusiasmante prendere coscienza di come l’allineamento corporeo, non come atto muscolare forzato, bensì come naturale conseguenza di una pienezza nel “sentire” il corpo in relazione al peso e alle direzioni nel movimento, potesse sfociare nel totale benessere di corpo e mente da un lato, e dall’altro nella libertà e facilità di esecuzione del gesto.
Nel corso degli anni approfondii i contatti sia con il mondo del Rolfing (fino a conseguire la Certificazione come Rolfer) sia con Philip Beamish, impegnandomi col tempo a integrare i due percorsi, che avevano già tanto in comune, in un metodo strutturato che ha preso nome di Beamish Bodymind Balancing®.
Il Beamish Bodymind Balancing, messo a punto nel corso della collaborazione nata tra me e il M° Beamish nel 1996, grazie anche all’importante contributo di Pierpaola Volpones(4), può quindi essere considerato uno strumento di educazione corporea basato sulla presenza mentale al proprio corpo, ovvero una forma di educazione della mente nel corpo. In pratica, è un percorso di allenamento che consente di raggiungere una maggior consapevolezza delle proprie risorse psicofisiche per integrarsi in modo facile e armonioso nel campo gravitazionale.
’Aikido, dal Tai Chi alle tecniche di rilassamento, dalla Bioenergetica al metodo Feldenkrais. Il suo sviluppo e il suo consolidamento in un metodo strutturato poggiano sui due pilastri fondamentali già precedentemente menzionati, il Rolfing®(5) e la particolare tecnica di sbarra a terra creata e adottata dal M° Philip Beamish, da cui il nome del metodo.
Il Beamish Bodymind Balancing è finalizzato ad apprendere il miglior utilizzo del corpo e il maggior grado di presenza a esso, incrementando allo stesso tempo percezione, coordinazione psicomotoria, mobilità, flessibilità, stabilità e gestione dell'equilibrio psicofisico. Consiste in una serie di esercizi di movimento a terra per approdare gradualmente alla posizione eretta, in modo da ripristinare nella struttura corporea gli equilibri funzionali in relazione alla forza di gravità. È, di fatto, una sequenza di esercizi il cui punto di partenza è costituito dal ripristino di una respirazione il più possibile funzionale e completa, in quanto respirazione, postura e movimento sono strettamente correlate.
Uno degli elementi principali di questo training è l’immagin-azione, ovvero l’uso delle immagini mentali prima e durante l’azione, quindi il movimento immaginato, pre-agito con tecniche immaginative associate alla percezione di sé e al gesto che si intende compiere. Nel nostro cervello ci sono alcune aree dette premotorie(6) che si attivano un attimo prima che si compia effettivamente un qualsiasi movimento. Tali aree si attivano allo stesso modo anche quando si immagina soltanto di compiere quel movimento senza di fatto eseguirlo(7). Questo è il motivo per cui possiamo dire che la coordinazione motoria è un evento che, innanzitutto, si compie nel cervello, coinvolgendo poi il corpo. Nel Beamish Bodymind Balancing, prima procedere all’esecuzione del gesto, si richiede alle persone di immaginarlo, di percorrerlo più volte con l’immaginazione (che per ciascuno può richiedere processi mentali differenti: c’è che ha un’immaginazione cenestesica, ovvero immagina di percepire il movimento come se lo eseguisse, c’è chi “si vede” compiere il gesto immaginando visivamente), e ciò permette di rafforzare i processi coordinativi, educando a prepararsi alla pulizia e alla precisione del gesto una volta che lo si compie. Questa modalità di apprendimento del gesto appare relativamente necessaria quando si imparano gesti semplici, svelandosi uno strumento prezioso quando la si importa e applica nell’ambito di gesti complessi, sequenze articolate, movimenti di precisione come richiede una coreografia per quanto concerne la danza, o una qualsiasi disciplina atletica. Inoltre, alla base della nostra capacità di coordinare un gesto, c’è la capacità di percepire ciò che nel nostro corpo è coinvolto per l’esecuzione di quel gesto: quello che nel nostro corpo non viene percepito non viene considerato (per il semplice fatto che non ne siamo consapevoli), quindi non possiamo coordinare senza aver innanzitutto percepito. Ne deriva che una buona capacità percettiva è la base di una buona capacità di coordinazione del movimento. Per questo il Beamish Bodymind Balancing si pone come una forma di educazione al corpo e al movimento basata innanzitutto sull’incremento della percezione di sé e della capacità percettive in generale, e anche nell’ambito della percezione il ruolo dell’immaginazione è importante, o meglio è importante che il trainer sappia suscitare, con un linguaggio evocativo ricco di sfumature e metafore, quegli stimoli che conducano a un aumento della sensibilità e a un ampliamento dalla capacità propriocettiva(8) e percettiva in generale.
Dallo sviluppo della percezione corporea deriva un utilizzo sempre maggiormente consapevole e, di conseguenza, funzionale del corpo, della muscolatura in generale e di quella profonda in particolare: gli esercizi del Beamish Bodymind Balancing infatti conducono a percepire e attivare quella muscolatura addominale e pelvica più “nascosta” (trasverso dell’addome, diaframma, ileopsoas, muscolo pubococcigeo, ecc.) che ha un’importanza fondamentale nella stabilizzazione del tronco. Questo conduce e aiuta a “riprogrammare” la propria facoltà di percepire il corpo e coordinare il movimento tenendo conto dell’influenza della forza di gravità, per gestire al meglio l’equilibrio e l’allineamento corporeo. Quando quella parte di fibre muscolari preposte alla stabilizzazione lavora in modo efficiente ed efficace, la parte dinamica, delegata all’esecuzione dei movimenti rapidi e ampi, può agire con maggiore libertà e efficacia, e il gesto che ne consegue ne acquista in precisione, fluidità e forza. Per questa ragione gli esercizi del BBB mirano a sviluppare la capacità di riconoscere e differenziare l’attivazione, l’attività e la funzione dei gruppi muscolari preposti all’esecuzione dei vari movimenti, e tali esercizi vengono alternati creando una sequenza utile per percepire, riconoscere e attivare consapevolmente alcuni muscoli che generalmente si usano in modo inconscio e involontario, e/o muscoli che si usano un po’ a coorte, tutti insieme, nonostante siano preposti a funzioni complementari.
Per essere precisi, in realtà ogni minimo movimento richiede un assestamento dell’intera struttura e, quindi, un “lavoro muscolare” generalmente inconsapevole e, fortunatamente, automatico. Mi riferisco invece a quelle dinamiche non proprio funzionali in cui gruppi di muscoli che svolgono un lavoro per lo più complementare (i cosiddetti “agonisti” e antagonisti”, come i flessori e gli estensori negli arti, ad esempio) si attivano esageratamente tutti insieme…un po’ come se, guidando un’automobile, accelerassimo e frenassimo contemporaneamente. A volte si usano molti più muscoli del necessario per compiere un movimento e altre volte non si usano funzionalmente quelli preposti a quel movimento(9). E’ molto importante, se concepiamo il corpo come unità, integrare ogni parte e far fare ad ogni parte il suo lavoro; affinché questa integrità, o integrazione, venga realizzata, bisogna saper differenziare: quando ciascun elemento “sa” che lavoro può fare, a quel punto tutti possono concorrere a fare un buon lavoro, un lavoro completo e funzionale che si manifesta in un atto motorio perfettamente fluido e coordinato. Per questo la sequenza del Beamish Bodymind Balancing inizia con un rilassamento a terra dove ogni parte del corpo viene riconosciuta, percepita, “visitata” (anche con l’uso delle tecniche immaginative già prima citate), portandovi l’attenzione e invitata a lasciar andare il peso verso la terra in modo opportuno, per “disattivare”, in un certo senso, quella funzione che dà sostegno al corpo e lo mantiene eretto in gravità, la funzione detta “tonica” che approfondirò tra breve. Da qui si procede dapprima con movimenti molto naturali e spontanei guidati da opportune indicazioni affinché sia facile per ogni persona entrare sempre più in contatto con le proprie percezioni, sensazioni e possibilità di movimento. Poi si viene guidati nella sequenza vera e propria, che comprende anche esercizi di allungamento attivo globale delle varie catene muscolari, o meglio miofasciali (da myos = muscolo, e fascia = il tessuto che lo permea ed avvolge, di cui parleremo fra poco), perché si lavora sempre con tutto il corpo e, anche quando il lavoro in certi momenti è settorializzato e definito a certi gruppi muscolari, si mantiene sempre la visione globale dell’intera struttura.
Al termine della sequenza a terra si viene gradualmente introdotti alla verticalità attraverso esercizi in movimento per apprendere a rendere il più funzionale ed economico possibile ogni gesto: da quei gesti quotidiani come camminare, sedersi, alzarsi, sdraiarsi ecc. ai gesti specifici utilizzati in eventuali discipline sportive o artistiche praticate da chi si sottopone al lavoro, singolarmente o in gruppo.
Il tema della verticalità, nel Beamish Bodymind Balancing, in realtà viene costantemente sottolineato anche nel lavoro a terra, attraverso il riferimento costante alla pianta del piede che viene “allenata” di continuo ad amplificare la propria capacità di percepire il contatto con il suolo. Nella complessità delle funzioni che ci garantiscono il mantenimento dell’equilibrio, infatti, gli impulsi che afferiscono al sistema nervoso partendo dalla pianta del piede giocano un ruolo determinante(10). Ci si allena quindi a porre attenzione alle relazioni tra la percettività della pianta del piede, quindi l’appoggio a terra, la stabilizzazione tonica e dinamica del tronco e il raggiungimento della verticalità “in economia”, in modo da evitare l’instaurarsi e l’accumularsi di tensioni inutili o controproducenti tanto nella statica quanto nel movimento. Nello stesso tempo, attraverso un lavoro di educazione alla respirazione coordinata al gesto, si acquisisce la consapevolezza del lavoro complementare del diaframma respiratorio e dei muscoli pelvici.
La respirazione nell’essere umano è una funzione sia volontaria che involontaria: si può respirare controllando il respiro con la propria volontà o delegare completamente l’atto respiratorio ai processi automatici. E se, di base, l’automatismo naturale della respirazione può essere perfettamente funzionale, è facile che a causa di tensioni emotive e/o fisiche ripetute possano instaurarsi automatismi e abitudini disfunzionali che alterano gli schemi respiratori naturali e si ripercuotono sull’esecuzione dei gesti e sul movimento in generale(11).
Essendo comunque anche controllabile, la respirazione può essere “rieducata” nella direzione di ciò che la natura ha creato. Non si tratta di apprendere una respirazione forzata o volontaria, bensì piuttosto di “liberare” la respirazione dalle eventuali abitudini restrittive disfunzionali, andando nella direzione di lasciare il corpo libero di respirare, attraverso anche qui un allenamento alla percezione e al riconoscimento di possibilità che vanno oltre quelle eventualmente acquisite nel tempo. Ognuno di noi possiede in dotazione e manifesta dei pattern, degli schemi funzionali in partenza…ma di fatto alcune consuetudini e, soprattutto, il vissuto emotivo possono portare a “”sovrascrivere” su questi programmi altri programmi che possono prendere il sopravvento, rivelandosi nel tempo restrittivi. La respirazione non è solo correlata alle funzioni metaboliche o alla funzionalità cardiaca, ma è anche intimamente legata alle emozioni che viviamo e alla loro manifestazione.
Nel Sistema Nervoso Autonomo riconosciamo due sistemi, il simpatico e il parasimpatico: il primo è preposto all’attivazione, il secondo al recupero. Quando si vive una situazione nella quale viene percepita una fonte di stress, subentra una maggiore attivazione: il corpo, in maniera del tutto autonoma e automatica, cioè senza la mediazione della volontà, si predispone ad affrontare la situazione (affrontando la vera o presunta minaccia o dandosi alla fuga: in inglese si definisce risposta fight or flight, letteralmente “combatti o scappa”), tramite la cosiddetta “risposta di allarme”, startle reflex in inglese, e la respirazione si altera accelerando e spostandosi verso la parte più alta del torace, così come il battito cardiaco accelera e viene garantito un maggiore afflusso di sangue a cuore e cervello. Possiamo notare questa reazione, di cui la natura ci ha forniti, di fronte a qualunque cosa ci procuri agitazione o eccitazione, allo scopo di assicurarci una maggior capacità di reagire di fronte ad eventuali minacce con prontezza(12). Quando invece torniamo tranquilli e rilassati, la respirazione tende a decelerare (come anche il battito cardiaco) e a scendere, ad abbassarsi verso l’addome coinvolgendo meno la parte alta del torace. Di fatto, quando si è sottoposti continuamente a fonti di stress percepito, la respirazione può alterarsi in maniera stabile e si può rimanere in un certo senso come “congelati” in uno schema alterato restrittivo rispetto alle nostre possibilità naturali. A lungo andare, il ripetersi di uno schema non ne causa solo il consolidamento, ma può anche condurre a delle restrizioni vere e proprie nei tessuti corporei, più specificatamente nel tessuto miofasciale, cioè l’insieme di muscoli e fascia, quel tessuto connettivo che definisce le forme di ogni struttura presente nel nostro corpo. La fascia è un tessuto insieme elastico e fibroso che funge da contenitore, rete e sostegno, e la sua composizione e densità variano a seconda della tensione cui è sottoposto. Quando permaniamo a lungo in uno schema motorio ristretto e restrittivo rispetto alle nostre naturali possibilità, il corpo tende a “prendere forma” assecondando quello schema, e nel tempo potremo assistere all’instaurarsi di una maggiore densità nei tessuti, che a loro volta tenderà a limitare il movimento. A quel punto potrebbe rendersi necessario intervenire con strumenti opportuni quali il Rolfing®, che attraverso un tocco appropriato consente di ripristinare gli equilibri agendo proprio sulla fascia in questione(13). Proprio in quanto poggiano su basi comuni, il Beamish Bodymind Balancing® e il Rolfing® si integrano perfettamente per andare nella direzione dell’educazione alla consapevolezza corporea e all’armonizzazione della struttura psicofisica con l’ambiente circostante. L’integrazione di tecniche o percorsi specificatamente volti alla più profonda conoscenza di sé e/o alla gestione delle emozioni e dello stress può essere di incremento ulteriore all’efficacia del lavoro e alla sua completezza.
Tornando alla respirazione, proprio per l’inscindibilità di respiro, postura e movimento(14), possiamo dire che l’atto respiratorio è un supporto fondamentale al gesto atletico, e se si respira in modo non funzionale il gesto stesso potrebbe essere penalizzato. Ogni respiro produce nel corpo in modo del tutto automatico tutta una serie di aggiustamenti per garantire l’adattamento immediato al campo gravitazionale, mantenendo l’intera struttura in equilibrio. Una respirazione libera da restrizioni (siano esse a carico dei tessuti, oppure “solo” dovute a una questione di consapevolezza e coordinazione), completa e funzionale, è valida non solo dal punto di vista biochimico ma anche dal punto di vista strutturale rispetto all'architettura del corpo(15). Quando ci si allena a supportare il gesto e, più in generale, la performance con la respirazione, si può evitare l’iper-arousal (l’eccesso di attivazione fisiologica), recuperare più rapidamente e profondamente e distribuire in maniera più bilanciata sulla struttura il carico di lavoro nello sforzo che si sta facendo. Nel Beamish Bodymind Balancing la respirazione è un passaggio obbligato che corre parallelamente all’incremento della percezione, della consapevolezza, dell’attivazione (e laddove serva anche dell'allungamento) della muscolatura più profonda, resistente agli sforzi e principalmente coinvolta nel mantenimento della postura (statica).
La finalità e peculiarità principale del Beamish Bodymind Balancing è di rendere l’atleta, o meglio ogni persona (visto che è un metodo cui tutti si possono accostare), consapevole del lavoro di quella parte di muscolatura che non è sotto il controllo diretto della volontà, che è controllata dai processi automatici, che ci fa stare in piedi e che ci permette di assumere e mantenere a lungo una posizione, in modo che dalla consapevolezza nasca la possibilità di una gestione, almeno in parte, anche cosciente: come vedremo anche in seguito, il vantaggio che ne scaturisce riguarda il “controllo di precisione del gesto” e l’incremento della resistenza al lavoro prolungato mantenendo il senso di leggerezza e la fluidità. Oltre alle fibre muscolari che si usano volontariamente per compiere un gesto, ce n’è tutta una parte, un “mondo sommerso corporeo” inconscio, che lavora indipendentemente dalla volontà e “obbedisce” agli stimoli e alle percezioni, rispondendo in maniera automatica alle esigenze di adattamento del nostro corpo all’ambiente e, quindi, alla gravità(16). Infatti queste fibre, che hanno la caratteristica di resistere agli sforzi prolungati, costituiscono prevalentemente quei muscoli profondi preposti al sostegno della nostra struttura nella verticalità. Attraverso il Beamish Bodymind Balancing possiamo coinvolgere, portare a consapevolezza e comunicare proprio con quella parte che non viene gestita dalla volontà, costituendo la cosiddetta “funzione tonica” già prima citata, che viene diretta in modo automatico da processi inconsci attraverso riflessi neuromuscolari che originano dalle percezioni sensoriali. E qui torniamo all’importanza dell’immagin-azione, citata all’inizio: il nostro sistema nervoso risponde agli stimoli reali così come a quelli immaginari, evocati sapientemente attraverso una comunicazione verbale e paraverbale in grado di condurre la persona a immaginare vividamente, attraverso tutti i cinque sensi (o almeno alcuni di essi associati), stimoli percettivi che sollecitano risposte opportune in quelle fibre muscolari preposte a un lavoro che solitamente avviene al di sotto della soglia della coscienza. Per questo motivo nel Beamish Bodymind Balancing la comunicazione riveste grande importanza. Chi conduce il lavoro deve essere innanzitutto in grado di allenare le persone ad ampliare la capacità di percepire gli stimoli sensoriali, nonché di richiamare ed evocare sensazioni con le parole e l’intonazione, tramite opportuni esempi, metafore, suggestioni. Le fibre toniche “rispondono” non ai comandi volontari ma agli obiettivi e ai compiti che hanno un senso relativamente al rapporto con lo spazio circostante, con il campo gravitazionale, con le direzioni spaziali. Quindi, a maggior ragione, è importante sviluppare un chiaro senso delle direzioni e dell’orientamento nello spazio per far sì che ogni gesto sia debitamente “sostenuto” dalla funzione delle fibre toniche, che garantiscono stabilità e resistenza allo sforzo, consentendo una dinamica fluida e precisa nel movimento.
Inoltre le fibre toniche della muscolatura, dedicate alla relazione con la gravità e al mantenimento degli schemi posturali, oltre a supportare ogni nostro gesto “rispondono” alle reazioni emotive e agli stati d’animo interiori come a un qualsiasi altro stimolo sensoriale esterno. Di fatto, ogni emozione o stato d’animo è associato a sensazioni più o meno specifiche. Così come uno stato mentale o emotivo possono generare tensioni, schemi posturali e atteggiamenti corporei particolari che, reiterati nel tempo, possono stabilizzarsi in abitudini, a loro volta tali tensioni e abitudini possono generare o mantenere, attraverso schemi disfunzionali di postura e movimento, atteggiamenti mentali e stati d'animo negativi o restrittivi(17). Per questo motivo nel Beamish Bodymind Balancing il lavoro si svolge parallelamente sul piano cognitivo ed emozionale, portando le persone ad acquisire sempre maggiore consapevolezza di sé, delle proprie capacità e abilità, delle proprie emozioni e delle proprie reazioni, mirando a trasformare via via quei condizionamenti e quelle abitudini limitanti a livello motorio, cognitivo ed emozionale.
Il punto è che si può “voler” compiere un gesto, e scoprire che gli automatismi sviluppati sulla base di emozioni o di conflitti mentali o emozionali conducono da un’ altra parte rispetto all’obiettivo che si intende raggiungere. In quel caso è fondamentale riconoscere gli automatismi disfunzionali e sostituirli con altri automatismi che siano funzionali al gesto atletico, pur rispettando e mantenendo i vantaggi eventuali che essi apportavano alla persona. Ciò si può ottenere mediante un’analisi e una ”lettura” del corpo in movimento, procedendo poi a una sorta di rieducazione che implica spesso la considerazione del significato che il gesto in questione ha per la persona. Per fare un esempio pratico di quanto il significato dato a un gesto possa interferire con l’esecuzione funzionale del medesimo, prendiamo in considerazione il semplice atto di camminare. La nostra architettura corporea, per come siamo strutturati, prevede che ogni spinta che il piede dietro effettua per staccarsi da terra provochi una naturale oscillazione nelle anche e nel bacino, che garantisce una corretta trasmissione del movimento alla schiena con conseguente movimento contro laterale del cingolo scapolare(18). Se sono stata educata in una famiglia nella quale vige il principio per cui “le brave ragazze non ancheggiano” in quanto al naturale ancheggiamento viene attribuito un significato negativo, carico di sottintesi associati all’esibizione di una parte del corpo soggetta a tabù sessuali (e, ovviamente, se ci tengo a essere considerata una “brava ragazza”…), tenderò a sopprimere il movimento naturale del bacino “sovrapponendo” ad esso inconsciamente uno schema che lo inibisca. Per questo è importante, nell’analisi della funzionalità del gesto, tener conto della “storia” individuale delle persone con cui si lavora. Non si può lavorare “solo” sul movimento: in realtà si lavora con la persona e su tutto quello che c’è dietro la generazione di quel movimento, in profondità.
Nel momento in cui la persona entra in contatto con ciò che sta in profondità, a quel punto potrà aprire qualche porta in più, potrà ampliare le proprie percezioni e aumentare la capacità di connettersi alle proprie risorse…anche perché se ci sono dei conflitti profondi e una parte di sé non collabora al raggiungimento del risultato, non solo, come si suol dire, “l’avversario più temibile è nella mente”… è anche nel corpo!
“Giocando”, negoziando e trasformando questi conflitti, mostrando al corpo-inconscio altre strade e altre strategie al di là di quelle già conosciute, si può ottenere una migliore funzionalità.
In conclusione, con il Beamish Bodymind Balancing si può intervenire sui presupposti del movimento, cioè su quello che viene prima del movimento in sé e che lo genera (come nasce, da dove parte, ecc.), e allenare all’esecuzione di gesti funzionali in economia, nel pieno rispetto dell’equilibrio della struttura psicofisica in relazione all’ambiente, alla gravità. Un altro risultato che è stato ottenuto da chi si è sottoposto all’allenamento mediante il Beamish Bodymind Balancing riguarda l’incremento del senso di presenza, di padronanza di sé (intesa come conoscenza di sé e capacità di controllo e gestione delle proprie azioni e reazioni), di stabilità (la capacità di ritornare all’equilibrio e/o mantenerlo anche in presenza di stimoli destabilizzanti) e di autoefficacia (ovvero le convinzioni relative alle capacità di ottenere determinati risultati, o la fiducia riposta nella propria capacità di affrontare un compito specifico).
Si può presumere che questa ristrutturazione del senso di sé avvenga perché nella corteccia cerebrale c’è un’area(19) che media il sentimento di sé fisico, area alla quale affluiscono tutte le informazioni che provengono dai tessuti corporei, dalle viscere alle capsule articolari. Quest’area, che costituisce una rappresentazione di tutte le risposte omeostatiche del corpo (come variazioni chimiche, metaboliche, di temperatura, ecc.), è accessibile alla coscienza come “sentimento di sé”(20), ovvero quella rappresentazione dello schema che ognuno ha di se stesso rispetto alla competenza fisica, alle abilità sociali e alle competenze cognitive.
Di fatto, chi pratica il Beamish Bodymind Balancing ha riscontrato, già dopo 6 – 8 lezioni di un’ora ciascuna, una forte componente di cambiamento mentale e corporeo: percepisce più padronanza di sé, più equilibrio in generale, maggior senso di autoefficacia, maggiore presenza, e questo non solo in relazione al gesto atletico ma in modo esteso alla quotidianità.
Possiamo anche dire che l’aumento di consapevolezza delle proprie abilità, l’incremento della flessibilità, della stabilità e della capacità di gestire tanto l’equilibrio quanto il movimento corrono parallelamente all’aumentare del senso di sicurezza e di libertà e, a livello di sintomi, alla riduzione di dolori e tensioni muscolari.
Come avevo già constatato su me stessa sottoponendomi contemporaneamente alle sessioni di Rolfing e allo studio della tecnica di sbarra a terra con il M° Beamish, pare emergere una connessione tra consapevolezza e gestione della parte più profonda della muscolatura (e delle funzioni che la attivano) e consapevolezza profonda, nonché capacità di gestione di sé, a livello mentale ed emozionale.
Ciò che a mio avviso fa del Beamish Bodymind Balancing uno strumento con potenzialità straordinarie sono, oltre all’ampiezza del panorama di applicazione possibile nell’ambito dell’integrazione mente-corpo, le sue caratteristiche di allenamento tramite l’apprendimento di una sequenza di fatto molto semplice, che ne fanno una tecnica facilmente applicabile a qualunque disciplina sportiva e artistica, oltre che base per un’educazione alla salute psicofisica e alla prevenzione auspicabilmente aperta a tutti.
Note:
La bioenergetica è un modo di interpretare la personalità sulla base del corpo e dei suoi processi energetici. Fu elaborata da Alexander Lowen insieme al suo collaboratore, John Pierrakos. Come forma di terapia l'Analisi Bioenergetica è una estensione e una riorganizzazione del concetto corpo-mente di Wilhelm Reich e fonde, nella sua struttura teorica, le scoperte di Freud, Jung, Ferenczi, Abraham ed altri grandi nomi della storia della Psicoanalisi.
Il lavoro di Lowen si basa sulla legge fondamentale della vita emotiva formulata da Reich: l'unità e l'antitesi del funzionamento psicosomatico, da cui segue la sua formulazione della identità funzionale di tensione muscolare e blocco emotivo. Un altro concetto reichiano, basilare nell'Analisi Bioenergetica, mette in rapporto l'inibizione della reattività emotiva con la limitazione della respirazione.Il Metodo Feldenkrais, fondato da Moshe Feldenkrais, ingegnere, fisico, esperto di arti marziali (nato nel 1904) che si applicò alla kinesiologia dopo un incidente al ginocchio, è una tecnica di educazione al movimento indirizzata a sviluppare le capacità di percezione del corpo per ottenere un miglioramento funzionale della persona. Questo avviene riprogrammando il sistema nervoso centrale attraverso movimenti dolci, non invadenti e non abituali. Sviluppa consapevolezza cinestetica ed integrazione sensomotoria, che permettono di migliorare la capacità di apprendimento del movimento e di ampliare il repertorio di azioni e funzioni possibili.Insegnante e personal coach dei più grandi nomi della danza a livello mondiale, tra i quali Roberto Bolle (considerato attualmente la più grande stella della danza internazionale), Evelyn Hart (“étoile” canadese, è stata prima ballerina del Royal Winnipeg Ballet fino al 2005), Alessandra Ferri (étoile mondiale, ora ritiratasi dalle scene. Nata nel 1963, dal 1992 fino al 2007 è stata legata al Teatro alla Scala, come prima ballerina étoile della compagnia di balletto.) e altri.Certified Advanced Rolfer & International Rolfing Instructor.Il Rolfing si differenzia dagli altri metodi di riallineamento posturale in quanto tiene conto specificatamente della relazione tra il corpo e l’ambiente tramite il campo gravitazionale che ci circonda.Situate anteriormente alle aree motorie, nei lobi frontali del cervello.Robertson I.H. (1999), trad. it. Il cervello plastico, Rizzoli, Milano 1999.Per propriocezione si intende la “conscious awareness”, tradotto letteralmente come la cosciente consapevolezza, della posizione delle parti del corpo nello spazio. Sherrington, il padre della moderna neurofisiologia, intendeva per sistema propriocettivo “l'informazione afferente dai propriocettori, situati nel campo percettivo, che contribuiscono alla sensazione conscia (senso muscolare), alla postura totale (equilibrio posturale) e alla postura segmentale (stabilità articolare)”. Oggi si considera come le informazioni propriocettive si combinino, dando informazioni sull'orientamento reciproco delle parti del corpo, con le informazioni visive, che informano sul rapporto tra l'orientamento del capo e degli occhi rispetto agli oggetti circostanti, e quelle vestibolari, che misurano le accelerazioni lineari e angolari del capo in relazione con il campo inerziale. In sostanza, la propriocezione costituisce una parte delle vie afferenti al sistema sensomotorio.Rolf I. (1989), trad. it. Rolfing, Mediterranee, Roma 2003.Juhan D, op. cit.Souchard P. E. (1995), Lo stretching globale attivo. La rieducazione posturale globale al servizio dello sport, Marrapese, Roma.Keleman S. (1985), Emotional Anatomy, Center Press, Berkeley (CA).Schleip R. (1989), A new explanation of the effect of Rolfing, Rolf Lines, 21 (3), 37-47.Bienfait M. (1987), trad. it. Fisiologia della terapia manuale, Marrapese, Roma 1990.Rolf, op.cit., e Myers T. M. (2002), trad. it. Meridiani miofasciali, Tecniche Nuove, Milano 2006.Juhan D. (2003), Job’s Body, Station Hill Press, Barrytown, NY.Keleman, op. cit.Al piede destro che spinge dietro corrisponde un arretramento della spalla contro laterale, cioè la sinistra.La Corteccia Insulare Anteriore destra (Anterior Insular Cortex) , che media il sentimento di sé fisico, area alla quale affluiscono tutte le informazioni che provengono dai tessuti corporei, dalle viscere alle capsule articolari. Quest’area, che costituisce una rappresentazione di tutte le risposte omeostatiche del corpo (come variazioni chimiche, metaboliche, di temperatura, ecc.), è accessibile alla coscienza come “sentimento di sé”, ovvero quella rappresentazione dello schema che ognuno ha di se stesso rispetto alla competenza fisica, alle abilità sociali e alle competenze cognitive (Craig AD 2003, Interoception: the sense of the physiological condition of the body, Current opinion in Neurobiology, 13, 500-505).Craig AD (2003), Interoception: the sense of the physiological condition of the body, Current opinion in Neurobiology, 13, 500-505.
Bibliografia:
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